e quell'essere passivamente impotente di fronte a questa odierna visione della vita è la cosa peggiore che mi tocca affrontare giornalmente.
Da quello che scrivi si ravvisa come sia possibile che tutto il dolore di questo mondo si concentri in ogni essere umano, al punto da togliergli il fiato per urlare.
Senza nulla voler togliere alla drammaticità (e alla capacità empatica) del riuscire a vivere sulla propria pelle questo dolore, mi permetto di segnalare qualcosa: quando scrivi "vivo ciò che osservo" trovo che questo denunci esattamente il meccanismo che ci tiene imprigionati, e che imprigiona anche una nostra potenziale reazione.
Ciò che osserviamo viene prodotto anche per suscitare in noi la paralisi, dovuta allo sgomento. O per abituarci alla rassegnazione. Se cominciassimo ad "osservare" ciò che viviamo (e mi rendo conto che non è facile operare una tale separazione tra l'osservare ed i suoi effetti...) probabilmente ci sottrarremmo a quel meccanismo che ci vuole partecipi nel dolore e MAI nell'eliminazione delle sue cause.
E sempre a proposito di Pessoa, ho trovato questa sua citazione:
"Non subordinarsi a niente, né a un uomo né a un amore né a un’idea; avere quell’indipendenza distante che consiste nel diffidare della verità e, ammesso che esista, dell’utilità della sua conoscenza. Appartenere: ecco la banalità. Fede, ideale, donna o professione: ecco la prigione e le catene. Essere è essere libero".
Una "verità" è tale solo se ci consente di applicare la sua conoscenza alla possibilità di sottrarci alla sofferenza. Senza rischiare l'atrofizzazione del "sentire", ovviamente.
Ciao.
_________________ "Continueremo a fare delle nostre vite poesie, fino a quando Libertà non verrà declamata sopra le catene spezzate di tutti i popoli oppressi".Vittorio Arrigoni
Non puoi inviare messaggi. Puoi vedere le discussioni. Non puoi rispondere. Non puoi modificare. Non puoi cancellare. Non puoi aggiungere sondaggi. Non puoi votare. Non puoi allegare files. Non puoi inviare messaggi senza approvazione.