di Enrico Voccia

Nella seconda metà degli anni settanta, il fenomeno “terrorismo” prende piede nel belpaese. La cosa non avviene affatto senza traumi all'interno di quell'enorme movimento di massa che, dalla fine degli anni sessanta, coinvolge milioni di persone ed è protagonista della scena politica e sociale italiana. C'è stata l'esperienza della Strage di Stato del 12 dicembre 1969, dove lo Stato, in mancanza di un terrorismo autentico, se l'è costruito da solo ed il movimento è stato impegnato in una diffusa e complessa opera di controinformazione, durante la quale sono venuti alla luce numerosi documenti comprovanti la strategia dei servizi segreti italiani e statunitensi. Questi, almeno sin dalla metà degli anni sessanta, hanno intrapreso una strategia volta all'infiltrazione nei movimenti di elementi che portino alla creazione di gruppi che svolgano attività di lotta armata e di guerriglia metropolitana – tattica volta ad isolare e screditare i movimenti di massa.[1]

Nonostante la diffidenza della stragrande maggioranza del “movimento”, sono numerosi i gruppi di lotta armata o quelli che, pur non praticandola, si rifanno ad una tattica dello “scontro di piazza” per “elevare il livello dello scontro”: la provocazione statale, di conseguenza, nonostante tutto, riesce in pieno ... ... ed alla fine della giostra mette in crisi il movimento di massa, sino al punto da farlo scomparire. Questa strategia provocatoria è stata successivamente analizzata anche con dovizia di particolari, ma quasi sempre l'attenzione è stata rivolta ad un gruppo particolare – le Brigate Rosse. Questo sia perché è la “cellula madre” che ha iniziato ad operare in tal senso, sia perché ha portato a termine le operazioni più eclatanti. La prima indagine su di essa è già dei tardi anni settanta (del “nostro” Webster Tarpley), ma le ricerche più interessanti ed oggettivamente documentate sono certamente quelle di Sergio Flamigni. [2, 3]

Sul resto del fenomeno, invece, finora, in un'ottica “complottista”, molto poco si è scritto. In questi giorni, però, si è verificato un evento che potrebbe aprire uno squarcio su altri gruppi e, in particolare, sul fenomeno dei cosiddetti “pentiti”.

Martedì 11 settembre, una manifestazione milanese antislamica si svolge davanti alla sede della Commissione Europea, organizzata dall'Osservatorio del Diritto Italiano per consegnare una lettera contro il fondamentalismo islamico. Tra i partecipanti un signore di mezza età con occhiali scuri, cartello antislamico appeso al collo, che dice di chiamarsi Roberto Maria Severini, si distingue per una certa foga negli slogan e richiama l'attenzione di un gruppo di “contromanifestanti” antirazzisti. Tra questi, il tenore Giuseppe Fallisi, militante anarchico milanese noto per essere l'autore della “Ballata del Pinelli” che riconosce, insieme ad altri, nel “Severini” Roberto Sandalo, il killer di Prima Linea, autore di numerosi omicidi, salvatosi dalla galera in cambio del suo “pentimento”. Nonostante cinque funzionari di polizia siano immediatamente intervenuti per cercare di impedire il riconoscimento, la frittata è fatta e sui media la sua storia viene raccontata.

Dopo il pentimento ed il cambio di nome, lo si ritrova, negli anni Novanta, nelle leghiste Guardie Padane, per poi ritrovarsi arrestato per una serie di rapine nell'Astigiano (successivamente assolto nel luglio di quest'anno); esce su posizioni “estremiste” dalla Lega ed entra a far parte di numerose organizzazioni antislamiche – il tutto dopo la lettura “illuminante” delle opere di Oriana Fallaci. Nel difendersi dalle accuse di Fallisi, ricorda anche di essere stato, prima di entrare a far parte di Prima Linea, ufficiale dell'esercito italiano e che, comunque, non accetta lezioni da chi, come Fallisi, non ha mai ucciso nessuno (sic!). Inoltre, ha pagato il suo conto con la giustizia, al punto che attualmente svolge il mestiere di investigatore privato, e non teme che la sua nuova posizione politica possa incitare all'odio e far commettere attentati, perché “ogni sei mesi dalla Lega escono in tanti. O forse la lettura è un'altra: nelle comunità musulmane ci sono continue tensioni, magari sono vendette tra di loro” (sic!).[4]

Di là del giudizio morale sul personaggio, sono convinto che tutti noi stiamo già pensando al classico detto “pensar male è brutto, ma c'azzecchi quasi sempre”. Ma c'è di più. Il giorno dopo Severini/Sandalo rilascia la seguente dichiarazione: “Ad avere il coraggio di andare fino in fondo, di prendere le armi, poi, siamo stati in 6.600. Arrivo a questo numero perché tra le pistole e le chiavi inglesi di chi ci sosteneva in piazza non c'era molta differenza (...)”.

Interessanti, in questa dichiarazione, due aspetti. Innanzitutto, l'assonanza con le ipotesi provocatorie dei servizi segreti occidentali presenti almeno dal Convegno all'Istituto Militare Pollio del 1965, che vedevano la pratica della lotta armata e quella dello scontro di piazza come complementari nell'azione degli infiltrati e degli “utili idioti”. Poi, il numero molto preciso (6.600 unità) che mostra di conoscere: infatti, se è facile farsi i conti con i praticanti della lotta armata, dovrebbe essere ben più difficile conoscere l'entità esatta di chi praticava l'“innalzamento del livello dello scontro” di piazza.

Chi è stato ed è, insomma, Roberto Sandalo? L'ipotesi di un provocatore professionista (ancora oggi in azione sotto falso nome), legata alle strategie elaborate dai servizi occidentali negli anni sessanta contro i movimenti di massa, pare assai solida e potrebbe servire sia come spunto per ulteriori riflessioni sulla “stagione degli anni di piombo”, sia per comprendere cosa può esserci dietro alle tante azioni armate antislamiche: il tentativo di portare le teste calde ad azioni armate di risposta da “utili idioti” – un gioco ben riuscito nel passato.

Enrico Voccia (Shevek)


Links

1 - DOCUMENTI SULLA STRATEGIA DELLA TENSIONE  A

2  WEBSTER TARPLEY:  A  B

3 SERGIO FLAMIGNI:  A

4 LINK SULL’AVVENIMENTO:  A  B  D