Lorenzo Merlo, già collaboratore di luogocomune, presenta il suo libro “Sul fondo del barile”.

“Sul fondo del barile” è un libro che ha tre generi di lettori: chi trova conforto alle proprie posizioni; chi è in cerca del significato di apertura; chi cerca come svincolarsi dalle proprie chiusure.

É dedicato alla possibilità energetica che molti di noi non sentono neppure più. Sepolta sotto le macerie di idee materialiste, allontanata dal credo nel denaro e nella tecnologia, stuprata da una concezione dell’uomo ridotto a economia, profanata da una politica mai capace di valorizzare ciò che il razionalismo non è in grado di riconoscere come realtà.

Ma quell’energia è un filone di bellezza che già qualcuno sta raccogliendo. Si tratta dell’uomo circolare, ovvero di colui ricco della consapevolezza che senza assumersi la responsabilità del mondo, il mondo non sarà mai a sua misura.

La prima parte del libro, Caduta, è dedicata ad una sintesi socio-politica degli ultimi decenni a partire dalla boom economico del dopoguerra. Anni nei quali si possono scorgere le ragioni che hanno eletto il sentimento populista e abbandonato quello infatuato alle ideologie.

Non si può scappare. Decenni di politiche astratte, anzi attratte dalla sola dimensione economica, hanno prodotto il populismo. Nasceva orfano. Destra e sinistra lo rinnegavano mentre esalavano l’ultimo respiro. Ora è cresciuto e ha vita dura. Nel pensiero di ciò che sopravvive dei suoi avi ha spesso valore negativo, di cosa spregevole. Della sconsideratezza dei genitori non fa mai cenno. Un ossimoro bio-ontologico.

Il populismo è giovane e quindi più contraddittorio di quanto non si possa mediamente dire della anziana saggezza. Anche di questo è colpevolizzato. E lo è perché considerato incapace di sistemare in settimane il dissesto assoluto realizzato in anni e anni da chi lo ha preceduto. Anche su questo ciò che resta dei suoi antagonisti fonda le spesso inconsistenti se non risibili argomentazioni critiche nei confronti del loro generato.

Oltre che giovane e inesperto è dunque davanti all’immane piramide di macerie ereditate dalle politiche che, come tappeti volanti, avevano volato lontano da terra almeno dagli ottanta del secolo scorso. Era l’epoca della Milano da bere. L’edonismo aveva dato l’avvio alle danze e i ballerini ridevano di chi restava seduto estraneo a quel divertimento. Era partito un modo di concepire la realtà e concepire se stessi convinto che le grevità delle politiche sociali dalla nervatura etica, fino ad allora sistema nervoso di un’Italia che sapeva riconoscersi nei valori elementali, erano superate. Corpo morto che impediva all’Italia di essere alla pari con le potenze del mondo. Nonostante lo sfacciato spirito tardo-imperialista – forse solo un tentativo di imitazione della grandeur francese – quell’Italia morì insabbiata dalla corruzione fatta sistema politico, annegata nei Martini Dry dei radicalchic. Una morte per la quale nessuno mai si mise a lutto. La nazione si era sciolta, non c’era più, ma tutti pensavano al week end.

Ora, sul grande schermo del cinema della vita e dell’educazione, scorreva un modello differente da prima, quando tutti si rimboccavano le maniche e l’Italia era la loro Italia. Ora, sotto l’egida di un individualismo lasciato libero, le persone spendevano le loro migliori energie per sgomitare, sopraffare, arricchirsi… di un benefit, di una tv al plasma, di una Bmw, ognuno secondo la personale misura. E ciò che più conta, dannazz maledizz, con quell’unità di misura, misuravano il proprio successo, e il proprio diritto a pretenderlo.
Nel frattempo l’impegno sociale era stato sostituito da un altro diritto, quello del tempo libero. Un processo socio-entropico raccapricciante si era compiuto. Niente più Italia, comunità, nazione, comune sentimento di appartenenza. Pasolini era stato trucidato ancora.

La parte centrale, Presa di coscienza, si dedica agli aspetti della realtà che dimostrano la presenza e la vitalità di un modo di sentire il mondo alternativo a quello materialistico-economico.

Quando qualcuno nella sua politica – fosse anche solo per campagna elettorale – ha fatto cenno a valori non solo economici, quando si è sentito parlare di attenzioni verso aspetti che destra e sinistra non avevano nei loro sussidiari, molti di noi hanno alzato le antenne, hanno sentito una vibrazione, non solo politica, ma di partecipazione, che dai tempi del 68 non attraversava più i nostri corpi. Le urne si sono riempite come non accadeva dagli anni 70. La partecipazione socio-politica alla quale oggi assistiamo è il vero, primo elemento politico del giovane populismo. Chissà quando gliene verrà reso merito.

Chi ci ha lasciati in mutande seguita a riversare tutto il male possibile sul governo giallo-verde di questi mesi. Incredibilmente, senza averne coscienza, seguita a perdere consensi, alimentando nel contempo, in modo indirettamente proporzionale, le condivisioni nei confronti dei cosiddetti populisti. L’inconsistenza delle critiche e delle colpevolizzazioni, con le quali ciò che resta della vecchia classe dirigente tenta di restare a galla, sono evidenti a tutti tranne a chi le esprime.

Pur se giovani e ingenui, pur tra errori e poca etichetta, un altro fatto profondo, culturale si sta compiendo. Quei giovani, e non alludo solo alla compagine di governo giallo-verde, nonostante la loro diversa e lontana origine genealogica che dietro lo scudo delle rispettive ideologie, li spingeva a considerarsi nemici, ora, liberatisi dei pesanti orpelli, dialogano. Ora hanno in dote la legittimazione dell’altro, piuttosto che la criminalizzazione come base di partenza per guardare il mondo. Per vedere chi lo ha ridotto così. Per impegnarsi a recuperare il bambino che era stato gettato via con l’acqua sporca.

È una base sostanziale per un cambiamento culturale. Se prima senza volerlo eravamo scivolati nel grande imbuto del pensiero unico, quello che ci ha fatto credere che la globalizzazione non avesse controindicazioni; che dietro il dito del business is business davvero nessuno potesse vedere le nostre malefatte; che l’economia potesse a diritto capeggiare la piramide della vita, ora si percepisce che l’esigenza di una dimensione spirituale non è più solo embrione in uteri sparsi nel cosmo della società e sconosciuti tra loro. La qualità della vita, a partire dal Butan, non è comprimibile nel Prodotto Interno Lordo. In quello semmai ci starà la miseria di ancora vuole eleggerlo ad indicatore della qualità della politica. Non a caso gli stessi che reificano lo Spread più di quanto facciano con le cose, le persone.

Sul fondo del barile si conclude con Risalita, un lungo racconto sull’animo dell’uomo che potremmo essere.

Ma se la nuce di una luce, che gli affanni della sopravvivenza avevano dimenticato nel sottoscala dei valori, è rimasta accesa in questi anni di politica disumana, non deve bastare a soddisfare il sentimento di chi non si è mai sentito materialista, meccanicista, positivista. Quella nuce di luce ha bisogno delle personali rivoluzioni affinché l’utopia che ci hanno fatto credere fosse solo una bella idea, possa compiersi e reificarsi in educazione, in politica, in quotidiano, in vita, valori, bellezza.

È il compito di un uomo nuovo, circolare, protagonista del nuovo paradigma. Un uomo che cerca in sé quanto per troppo tempo è stato indotto a cercare fuori da sé. Il solo uomo che sarà in grado di compiere il cambiamento. Il solo capace di imparare dalla propria sofferenza piuttosto che pretendere la cura dagli altri.

È troppo? No, è niente per coloro che già sono in marcia verso la personale evoluzione. Per tutti coloro che sono l’incarnazione di una verità tanto banale quanto occulta: senza il personale cambiamento, nessuna società diversa da quella che critichiamo potrà essere generata. La metafora del velo di Maya, da ristretto fatto aulico sta scendendo in strada al nostro fianco. Ci farà risalire le rapide dell’opulenza e dell’attribuzione di responsabilità. E tutto cambierà.

Lorenzo Merlo

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