(Pubblicazione originale: giugno 2003)

di Fernanda Alene

Nel putiferio di opinioni scatenato dalle recenti condanne a morte di Cuba, il ruolo del leone lo hanno certo fatto i "pro-americani", che non vedevano l'ora di trovare un neo qualunque su colui che è, in realtà, lui stesso l'ultimo neo rimasto sulla pelle dell'occidente globalizzante. Io a Cuba ci sono stata, per un certo periodo di tempo, intorno al '75. Non sono comunista, non lo sono mai stata, nè ho peraltro un'ulteriore "verità" da offrire a nessuno. Posso però raccontare, con serenità assoluta, quello che ho visto da vicino.

Allora la gente, a Cuba, era molto, molto povera. L'embargo aveva già raggiunto i suoi massimi risultati, e non solo non c'era più nulla di superfluo, ma anche il necessario cominciava a scarseggiare. Si faceva una fatica impensabile a trovare un semplice pettine, un chiodo, o anche solo un bottone.

Il cibo era razionato, compreso lo zucchero che, prodotto in gran quantità, veniva mandato quasi tutto in Russia, in cambio di macchine agricole, medicine e attrezzature indispensabili. Una volta alla settimana c'era la carne. Di pollo. E negli ultimi anni, da quando è mancato il supporto sovietico, le cose non possono essere che peggiorate.

Però, allora come oggi, ai ragazzi non si faceva mancare nulla: avevano cibo a scuola in quantità, libri e vestiti gratis tutto l'anno, oltre ovviamente a quell'assistenza sanitaria di prim'ordine - sempre gratuita - che è il privilegio maggiore dell'intera popolazione cubana. Allora poi - oggi non ce n'è più bisogno - i maestri elementari "itineranti" percorrevano l'isola in lungo e in largo, a dorso di mulo, per portare un minimo di istruzione anche al più sperduto villaggio della Sierra. L'analfabetismo, che sotto Batista galleggiava pigramente sul 95%, era già stato ridotto, in soli 15 anni, a meno della metà.

Oggi non c'è un solo villaggio che non abbia una scuola a portata di mano, l'analfabetismo è praticamente scomparso, e le università cubane - medicina in particolare - sono fra le migliori al mondo in assoluto (c'è la coda da tutto il Sudamerica, per esservi accettati).

Certo, il malcontento non è mai mancato. Ma quanto ne vogliamo attribuire a Castro direttamente, al "comunismo cattivo", e quanto invece alle condizioni dettate da un embargo soffocante e ai limiti del disumano, imposto dai "buoni" dell'occidente?

Certo, non puoi parlare male di Castro a Cuba. In un'altra maniera però, molto più subdola e ipocrita insieme, non puoi nemmeno parlare tanto male di Bush a Miami o a Detroit, se solo ci pensi. Non che il tuo "diritto costituzionale" non venga rispettato in pieno, ci mancherebbe! Avrai però magari la sfortuna, di lì a poco, di sentirti convocare per un controllino fiscale, da parte della IRS, oppure di vederti coinvolto in un pasticciaccio di droga in cui non c'entri niente, dall'FBI. E prova ad ammalarti a Miami o a Detroit, già che ci sei, così scoprirai che se non hai una carta di credito delle migliori e un bel conto in banca, gratis non ti passano nemmeno un'aspirina.

Certo che in prigione a Cuba ci finisci solo per un sospetto. Ma solo a qualche chilometro dall'Havana - ironia del caso - ci sono a tutt'oggi settecento e passa esseri umani, tra cui molti minorenni, che vengono trattati peggio dei cani dai loro aguzzini: dormono praticamente all'aperto, in gabbie rete metallica di due metri per uno, protetti di giorno solo da una lamiera infuocata che fa a gara col pavimento, in cemento, per chi riesce a bollire meglio il prigioniero. E l' "ora d'aria" la fanno ammanettati, bendati, e con tappi di cera alle orecchie (per non poter comunicare l'uno con l'altro, pare). Il luogo è Guantanamo, territorio USA, e quei settecento hanno il solo difetto, ormai è chiaro a tutti, di essere nati in Afghanistan.

Certo, c'è la polizia segreta, a Cuba. E c'è, purtroppo - questo lo dico con grande amarezza - anche la pena di morte. E non basta certo a consolarmi che mentre Cuba fa parte del cosiddetto terzo mondo, gli Stati Uniti, che sono a loro volta il "Lider Màximo" dell'occidente civile, siano gli unici fra i "buoni" a non averla ancora abolita. E ne vanno, anzi, più che fieri, con lo stesso Bush in testa che vanta, nel suo Texas, un record di circa 150 esecuzioni da quando è presidente. Quasi tutte, tra l'altro, contro innocenti neri che pagano regolarmente per crimini commessi dai bianchi. Ogni sistema si preserva come può, all'interno delle regole e della situazione in cui si ritrova.

Ma la differenza, credo, è che Castro lo faccia per disperazione, l'occidente per egoismo ipocrita. Per concludere il paragone col nostro libero e civile occidente, dal quale tante voci di protesta si sono levate, pensiamo infine a quello che è riuscito a fare Castro a Cuba in generale, NONOSTANTE un embargo totale di mezzo secolo (il giovanotto è riuscito a sopravvivere a ben DIECI presidenti Usa, da Eisenhower al presente Bush junior), ed a quello che hanno fatto invece gli americani, nello stesso periodo di tempo, all'intero Sudamerica, riducendo quel continente, tramite ignoranza, povertà ed oppressione, a vero e proprio granaio di casa, da saccheggiare a piacimento.

Non c'è mai stato infatti un solo governo sudamericano che non sia stato prima approvato - o addirittura messo direttamente al potere (come Pinochet, a proposito di dittature da disprezzare) - da Washington. E quando qualcuno "scappa" fra le maglie del sistema - cioè, in altre parole, riesce comunque a vincersi le sue piccole elezioni - passa le domeniche come fa di recente il venezuelano Chavez, con l'occhio incollato allo spioncino e la mano sulla pistola. C'è qualcuno che vuole sostenere che la povertà di Cuba, tanto esasperante nei tempi quanto dignitosa nei modi, è in qualche modo paragonabile alla profonda vergogna umana - di cui siamo TUTTI responsabili - delle favelas di Rio de Janeiro?

Fernanda Alene

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