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(In occasione dell'anniversario della Nakba ripubblichiamo questo articolo del 2009)

C'era una volta una bella penisola, fatta a forma di stivale, che si allungava ridente nel più bel mare del mondo, il Mediterraneo.

La penisola era popolata di pastori, agricoltori e commercianti, quasi tutti ex-beduini in via di urbanizzazione. Non particolarmente colti magari, erano certamente un popolo di gente allegra e calorosa.

Parlavano l’arabo antico, una lingua molto ostica per gli altri popoli, che si adattave invece alla perfezione per loro espressioni gutturali. Vivevano in grande armonia, scambiandosi prodotti agricoli e commerciando da una regione all'altra, in un perfetto equilibrio naturale, risultato di una tradizione millenaria.

Accadde che in posto lontano ebbe luogo una terribile guerra, alla fine della quale furono scoperti dei campi di concentramento, nei quali erano stati sterminati alcuni milioni di esseri umani (sul conto preciso c’è ancora qualche discordanza, ma erano comunque tantissimi, e la cosa non fu bella da vedere).

Questi esseri umani appartenevano ad una tribù particolare, chiamata “austriaci”, derivata dal ceppo dolomitico - quello di Abrahmberger, Isakson a Giacobinovich - e aveva avuto origine proprio nel nord della penisola italica, nella zona compresa fra il Veneto e l’attuale Germania. Questa tribù prendeva il nome dal monte di Astrion, dove il loro Dio gli si era rivelato, che si trova appunto nelle Dolomiti Orientali. Come simbolo sacro gli austriaci usavano la stella alpina, il noto fiore a sei punte che cresce solo in alta montagna. Nelle cerimonie usavano un candelabro a diciotto braccia, più una retrattile, che durante la settimana serviva per appenderci la scodellina di felpa, con la piuma infilata nel mezzo, man mano che i numerosi familiari rientravano dal lavoro.

Nel corso dei secoli però questa tribù era andata disperdendosi nel mondo, per motivi che nessuno è mai riuscito a comprendere fino in fondo.

E' giusto che esista il "Giorno della Memoria", per non dimenticare. Ed è giusto che in una giornata come questa vengano ricordate le vittime e i prigionieri di tutti i lager, non solo di quelli nazisti.


Video di Luca Chiesi

LA TRAPPOLA PER TOPI

Immaginate di rinchiudere qualche centinaio di topi in un campo di bocce, che avete provveduto a recintare con alte pareti di legno, per tre lati su quattro. Il quarto lato – uno di quelli lunghi – non ha bisogno di pareti, poichè subito accanto alla sabbia c’è l’acqua di uno stagno: in quella direzione i topi non potranno andare.

Gettate nel campo un pò di cibo, che sia sufficiente a tenerli in vita, ma non a sfamarli tutti. Quando il nervosismo per la fame cresce, e la ricerca di cibo diventa più spasmodica, infilate un dito in uno dei tanti forellini che avete praticato sulle pareti di legno, e aspettate che i topi ve lo morsichino. A quel punto urlate di dolore, prendete lo schioppo e ne fate fuori una decina.

Se qualcuno si domandava che cosa significasse aver eletto alla Casa Bianca un uomo senza la minima esperienza politica internazionale, presto la cosa diventerà chiara per tutti. La decisione di Donald Trump di riconoscere Gerusalemme come capitale dello stato ebraico - contro ogni delibera delle Nazioni Unite, e contro il più elementare buon senso - è infatti destinata ad accendere una miccia in Medio Oriente di cui nessuno può prevedere le conseguenze.

E' vero, Trump lo aveva promesso in campagna elettorale, ed ora sta solamente mantenendo la sua promessa. Ma è il motivo per cui aveva fatto quella promessa - ovvero di compiacere Netaniahu e quindi di guadagnarsi le simpatie del voto ebraico - che andrebbe messo in discussione. Non solo infatti questa scelta è stata fatta nel momento sbagliato, ma rappresenta il superamento di una chiara "linea rossa" oltre la quale, come dicevamo, nessuno può sinceramente immaginare un tranquillo percorso di ritorno.

Lo ha detto come se dicesse: "Carne, pesce, per me è la stessa cosa. Purchè il cuoco sia contento".

La dichiarazione di Trump sulla nuova posizione degli Stati Uniti rispetto alla questione palestinese è stata semplicemente disarmante. Di fronte alle telecamere, nella conferenza stampa congiunta, il presidente Trump ha detto: "Guardo alla soluzione a due stati, e guardo alla soluzione ad uno stato. Per me va bene qualunque cosa vada bene a voi - ha detto guardando Netanyahu - purché vi mettiate d'accordo".

Talmente sorprendente è stata questa dichiarazione che lo stesso Netanyahu si è messo a ridere in diretta televisiva.

Eppure, quello che può sembrare un grandioso "lavaggio delle mani" alla Ponzio Pilato, da parte di Donald Trump, potrebbe anche nascondere una verità molto più sottile: ovvero che almeno una parte dei palestinesi preferisca in realtà la soluzione ad un solo stato.

Ha già cancellato il TPP, ha già dato ordine di costruire il muro con il Messico, ha già bloccato tutte le assunzioni a livello federale. Ma la vera chiave di volta dei primi 100 giorni di Donald Trump sarà la decisione sullo spostamento dell'ambasciata americana da Tel Aviv a Gerusalemme.

Durante la campagna elettorale infatti Trump aveva promesso, se eletto, di spostare l'ambasciata americana a Gerusalemme, ed ora gli israeliani premono perchè tenga fede alla parola data.

Questa mossa però rischia di avere un impatto enorme - e non certo positivo - sugli equilibri complessivi in Medio Oriente.

Lo spostamento dell'ambasciata a Gerusalemme, infatti, significherebbe un riconoscimento da parte americana della città come capitale dello stato di Israele, e questo sarebbe contrario alle risoluzioni dell'ONU, che ha invece stabilito fin dall'inizio (1947) che Gerusalemme dovesse restare una "città internazionale".

Vi sono tre fatti recenti, che riguardano Israele, che risulta difficile non considerare in qualche modo collegati fra di loro.

Il primo è la nota risoluzione dell'Onu sui territori occupati, che ha posto un grosso freno al desiderio di Israele di continuare spudoratamente la colonizzazione della Palestina.

Il secondo è stato l'attentato dell'altro ieri di Gerusalemme, dove un camion guidato da un arabo ha travolto ucciso quattro militari israeliani. È stato lo stesso primo ministro Netanyahu a suggerire che l'assassino fosse un "simpatizzante dell'ISIS". Notiamo che questa è la prima volta in cui l'ISIS avrebbe colpito - il condizionale è d'obbligo - un bersaglio israeliano. Fino a ieri infatti, sembrava che l'unico vero nemico dell'ISIS fosse il "mondo cristiano occidentale". Da oggi invece - come riporta la Cnn - "Israele prenderà in considerazione la detenzione amministrativa contro chi sia sospettato di essere un simpatizzante al supporto dell'ISIS".

Il terzo fatto è una notizia che non ha avuto risalto sui media occidentali, ma che potrebbe diventare molto significativa se collegata alle prime due: Israele sta valutando se introdurre una nuova legge che garantisca una specie di "immunità preventiva" ai membri del loro esercito che uccidano dei palestinesi durante una qualunque operazione militare.

E' sembrato come un semplice dispetto da parte di Obama verso Israele, poco prima di abbandonare la Casa Bianca, ma in realtà la risoluzione approvata venerdì scorso dalle Nazioni Unite potrà avere un peso notevole sui futuri sviluppi politici in Palestina.

La prima conseguenza negativa per Israele è che da oggi non rimane più alcuno spazio per negoziare eventualmente, in futuro, uno status di legittimità delle colonie. Dal momento in cui la risoluzione stabilisce che le colonie "non hanno alcuna validità legale e costituiscono una violazione flagrante delle leggi internazionali", in un futuro accordo fra palestinesi e israeliani questa dichiarazione peserà come un macigno ben difficile da rimuovere.

Nè serviranno molto le promesse di Trump di "cambiare corso alla politica degli Stati Uniti verso Israele" dopo che sarà insediato alla Casa Bianca. Per rimuovere infatti una risoluzione come questa, occorrerebbe che il consiglio di sicurezza ne presentasse un'altra, uguale e contraria, e che questa venisse approvata da almeno nove dei 15 membri, senza che nessuno degli altri quattro membri permanenti (Cina, Russia, Francia e Gran Bretagna) ponesse un veto sulla medesima. Le possibilità che questo avvenga sono infinitesimali.

È evidente quindi che questa risoluzione è destinata a rimanere, e questo spiega chiaramente perché Netanyahu sia andato su tutte le furie quando è stata approvata.

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