LÀ DOVE OSANO I CALABRONI

di Anna M.

28.06.04 - Disse una volta Ferruccio De Bortoli: “L'economia italiana è paragonabile ad un calabrone: non c'è legge fisica che spieghi come possa volare, ma vola”.

E di miracolo in miracolo, pare addirittura che oggi il nostro ministro Tremonti – la longa manu economica del Berlusconi-pensiero - abbia trovato la "ricetta" magica per far volare anche il tozzo calabrone là dove osano solo le aquile: semplicemente, ridurre le tasse, e contemporaneamente tagliare le spese pubbliche. Che sarebbe poi, in soldoni, la politica fiscale di Bush, uno dei pochi dal quale Berlusconi pare accettare di buon grado indicazioni e consigli.

Ma negli Stati Uniiti la" Bush Tax" si è rivelata, come previsto da molti repubblicani stessi, un autentico flop: basti pensare che chi ha un reddito annuo superiore ad 1 milione di dollari, ne risparmia 110 mila di imposte, mentre il 60% degli americani, che forma la base della piramide reddituale, risparmia la bellezza di 304 dollari in tutto. Soldi che non fa nemmeno in tempo a contare, ... ... poichè già totalmente ingoiati dagli aumenti delle imposte locali e dei servizi.

Di contro la tanto decantata crescita dei posti di lavoro, da quando è entrata in vigore questa riforma fiscale (Luglio 2003), non c’è stata affatto, mentre sono puntualmente avvenuti gli inevitabili tagli all'istruzione, alla sanità, all'assistenza delle classi deboli, accompagnati dall’aumento del costo dei trasporti e dei servizi, nonchè delle spese locali.

E nonostante tutti abbiano davanti agli occhi l’attuale situazione americana, Berlusconi vorrebbe introdurre questo tipo di riforma fiscale anche in Italia.

Alla linea-Tremonti fa però da contraltare Fini, che dopo le europee pretende più ascolto su certe decisioni di fondo, e che spinge invece per una priorità di welfare, lavoro, mezzogiorno e attenzione sulla finanza pubblica. Ma la sua strada, quella di una politica sociale apparentemente rivolta ai ceti medio-bassi e al Sud, non è praticabile senza alimentare nuove spese, mentre Tremonti deve già trovare da qualche parte i 12 miliardi di euro che gli servono per poter ridurre le aliquote IRPEF, e per tagliarne almeno 6 o 7 sui conti.

Condoni e cartolarizzazioni sono finiti; resterebbero da vendere gli uffici pubblici, ma si dovrebbe poi ricorrere all'affitto di immobili, cosa che potrebbe risultare non vantaggiosa a lungo termine, anche se efficace a termine brevissimo. Per contro, si prevede un aumento del costo del denaro, con la conseguenza che si pagheranno più interessi sui debiti.

Grazie però alla complicità dell’intero sistema stampa e TV, a cui contribuisce quel senso di rassegnazione che ormai pervade buona parte della popolazione, non ci si sta assolutamente rendendo conto di quale sia il rischio che gli italiani corrono se questa linea economica verrà implementata.

Nè serve essere laureati in scienze superiori, per comprendere cose a cui la semplice logica dovrebbe bastare: a cosa servono le imposte, dopotutto?  A pagare, principalmente, i servizi comuni - cioè scuola, assistenza, sanità, ecc  – secondo quell’articolo della Costituzione (53) per cui “tutti sono tenuti a concorrere alle spese pubbliche in ragione della loro capacità contributiva”. Lo stesso articolo aggiunge poi che “il sistema tributario è informato a criteri di progressività”. Ovvero, ognuno di noi, in proporzione al reddito, contribuisce con le proprie imposte al pagamento dei servizi della collettività.

E se da una parte è vero che imposte troppo onerose rallentano l'economia – nel senso che non agevolano certo gli investimenti del privato cittadino - è altrettanto vero che la Berlusconi Tax, proprio come quella di Bush, prevede solo il taglio delle imposte ai redditi più alti. Laddove – sempre per parlare di aquile – gli investimenti risulterebbero decuplicati, mentre nel mondo dei calabroni la differenza sarebbe talmente esigua che noi continueremmo a faticare per restare sollevati da terra.

Inoltre, la riduzione di gettito dovuta ai tagli porta comunque ad un ammanco nelle casse dello stato, e questo si riflette necessariamente in dolorosi tagli ai servizi pubblici, compresi quelli essenziali.

Se poi, per tenere il passo nella mondializzazione dei flussi economici, diviene necessario "alleggerire" lo stato di incombenze che ne diminuiscono l’agilità sul mercato, non si fa che privatizzarne le pachidermiche strutture pubbliche, trasferendo la gestione del denaro di tutti nelle mani di tante nuove, scintillanti SPA. Che hanno però il piccolo difetto di essere "programmate" a funzionare non a tutela del cittadino, ma dell’economia stessa: la loro.

Questo era, bene o male, quello che Berlusconi cercava di “spiegarci”, al tempo della campagna elettorale, quando sosteneva che lo stato vada gestito esattamente come un’azienda.

E questa è, nella sua essenza, anche la logica neoliberista tanto amata dai Bush, dai Berlusconi, dagli Aznar e dai Blair di mezzo mondo: maggior profitto con il minimo impegno. Una logica nella quale, ovviamente, non trova più posto nessuna garanzia di sostegno sociale.

Nella difficoltà infine di mantenere la crescita, si può arrivare a giocare con disinvoltura persino la carta della forza: ecco perchè in questa nuova logica tutte le guerre non solo sono tollerate, ma addirittura benvenute, in quanto costituiscono un benefico rilancio per l’economia dell’occidente.

Da qui però anche la necessità di instaurare nel popolo quell’ "economia della paura" – che i vari governi insistono nel chiamare “terrorismo” – che congela la mente del cittadino e ne limita nel contempo la mobilità effettiva.

Alla fine il capitalismo, nato come antidoto alla paura della povertà, ha finito per instaurare la povertà della paura.

Anna M. ("DIVA")