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REAGAN SE N'E' ANDATO, MA IL BRUTTO SEGRETO DELLA SUA ELEZIONE RIMANE

Ed è oggi più significativo che mai

di Massimo Mazzucco

05.06.04 - Ronald Reagan, da un punto di vista “civile”, era già morto una decina di anni fa. Più o meno da quando, vittima dell’Alzheimer, era passato in quella zona d’ombra sempre più fitta, dove l’assenza di memoria appiattisce il tempo e ti impedisce di relazionarti in qualunque modo con l’esterno. Oggi si è spento anche il suo corpo, rendendolo comunque, per chi ama i primati, il presidente più longevo di tutta la storia americana (93 anni). Aveva già detenuto, in vita, il record del presidente eletto più anziano di tutti (a 63 anni), mentre Kennedy rimane sia il presidente più giovane mai eletto (42 anni), che quello morto più giovane di tutti (45). Quasi come dire che l’America ama “preservare” i conservatori (che preservano il passato), mentre ... ...“distrugge” i progressisti, che a loro volta lo distruggono.

Ma a parte le statistiche, per cosa dovremmo mai ricordare noi il presidente-cowboy per eccellenza, la “monumentale figura storica” (per l' America) della quale George Bush non è che un miserevole falso in atto pubblico? (Bush è anche soprannominato, dai vaccari più sopraffini, “all-hat-and-no-cows”, cioè tutto cappello e niente mandria. Mentre noi, che di vacche ce ne intendiamo meno, di solito diciamo “abbaia ma non morde”).

Reagan, secondo il metro conservatore, ha avuto il grande pregio di illudere un’intera nazione, per ben otto anni (1980-1988), di vivere in un meraviglioso film a colori, che lui intitolava gioiosamente  “America’s new morning”, il nuovo mattino americano.

Secondo il metro progressista, invece, ha avuto il grande difetto di inflazionare artificialmente l’economia americana per otto anni, lasciandosi alle spalle un buco di circa 3 miliardi di dollari. (Il buon Bush, se è solo per quello, è già arrivato a 4 miliardi di deficit pubblico, in soli tre anni di reggenza, e dopo essersi ciucciato pure i tre miliardi di surplus lasciati da Clinton, che ha passato pari pari al suo compagno d’avventura Donald Rumsfeld, “per la difesa del territorio”).

Oppure: Reagan, secondo il metro conservatore, ha avuto il grande pregio di stabilizzare il mondo, raggiungendo con Gorbacev gli accordi per il disarmo nucleare, che hanno posto anche le basi per il susseguente crollo del muro, dieci anni dopo.

I progressisti invece, pur non negando il contributo alla stabilità mondiale, di Reagan preferiscono ricordare lo scandalo Iran-Contra (qualcuno ricorda un certo Oliver North?), in un lurido giro di miliardi sporchi che permisero alla CIA di finanziare la controguerriglia in Centroamerica, con le migliaia e migliaia di morti fra la popolazione locale. (Fra l’altro, l’uomo che oggi va a fare l’ambasciatore di pace in Iraq, John Negroponte - vedi link - si è guadagnato i galloni proprio lì, in quel periodo particolarmente oscuro).

Ogni volta che penso a Reagan, a me invece viene in mente il modo stesso in cui fu eletto presidente, nel 1980. Nel ‘79, con Jimmy Carter allo scadere del suo primo mandato (e naturale candidato per il secondo), furono presi in Iran – sotto l’Ayatollah Komeini - degli ostaggi americani. Carter, pacifista politicamente e uomo pacifico in natura, rifiutò sistematicamente di approvare una qualunque azione tipo “teste di cuoio”, che avrebbe portato di sicuro alla morte di almeno una parte degli ostaggi. E quando finalmente si lasciò convincere ad approvare un intervento del genere, l’azione fini  male, e nessuno fu liberato. In un coro di contestazioni, crescevano da destra le chiamate per una presa di posizione ufficiale molto più dura, più “americana” - e intanto le elezioni sia avvicinavano. Ma Carter persistette nella sua ricerca di una trattativa pacifica, finchè in effetti riuscì a raggiungere un accordo per la liberazione indolore degli ostaggi. Ma si era ormai sotto elezione, e lo sdegno popolare, abilmente alimentato dalla destra, era ormai tale che Reagan vinse con un margine addirittura umiliante per l’avversario. Nonostante ciò, da quel giorno di novembre al 20 di gennaio - data storica dell’insediamento del nuovo presidente - Jimmy Carter rimase in trepidante attesa del ritorno degli ostaggi, per poter almeno chiudere dignitosamente la sua contestata presidenza. Attese letteralmente fino all’ultimo minuto, ma il caso volle che gli ostaggi fossero liberati soltanto a mezzogiorno e mezza di quel 20 gennaio, ovvero nella prima mezz’ora di presidenza Reagan. Fu così il buon cowboy ad accogliere i compatrioti liberati, con tanto di fanfara, al loro ritorno in patria.

Si è poi scoperto, nel tempo, che la CIA con tutta probabilità aveva orchestrato il rapimento, infiltrandosi fra gli studenti iraniani sin dall’inizio, per buttare giù Carter a favore di Reagan.

 Massimo Mazzucco

* (Ecco forse, anche, l’aspetto di “ricompensa” del premio Nobel per la pace dato a Carter qualche anno fa. Durante la sua presidenza, fra le altre cose, Carter fu anche l'artefice degli storici accordi di Camp David, che posero di fatto fine allo stato di guerra fra Israele e Egitto, che perdurava dal 1967).


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