CERTO CHE IN ITALIA C'E' LIBERTA' DI STAMPA: è quella di non passare più notizie.

di Massimo Mazzucco

3.10.03 - A volte vengono i brividi a pensare a ciò che non sapremmo se non esistesse l'Internet. Ecco un esempio proprio di queste ore: una notizia, che fa fare una pessima figura alla Casa Bianca, e che rischia seriamente di costare a Bush la rielezione, imperversa da ormai tre giorni su tutte le testate USA (vedi: "Si infittisce il giallo fra CIA e Casa Bianca"). Ma in Italia non è mai giunta, nè facendo tanto nè poco rumore: è letteralmente morta alla frontiera. Quando un nostro collaboratore ha telefonato alla redazione di Repubblica, chiedendo come mai non se ne parlasse, si è sentito rispondere "cosa vuole che ci interessi dell'America, in questo momento abbiamo ben altri problemi a casa nostra...." Ma la cosa peggiore è il modo in cui ne ha finalmente parlato, oggi, il Corriere della Sera, quando è stato chiaro che non la si potesse più ignorare, perchè stava montando ogni giorno di più. E così, nella miglior tradizione del peggior giornalismo, Gianni Riotta è riuscito non solo a malinformare, ma a dare anche degli imbecilli a milioni di cittadini europei (noi compresi, temo), nel cercare di distogliere a tutti i costi l'attenzione.... ...dal vero problema. Il manuale del giornalista "disattento", infatti, alla voce "notizia scomoda" recita: se puoi, ignorala. Se non puoi ignorarla, minimizzala. Se è troppo ingombrante per minimizzarla, deridila. Se è troppo seria per essere derisa, distorcila. Se è troppo palese per essere distorta, coprila di fumo e sposta il problema altrove.

Vediamo ora cosa ha fatto Riotta, alle prese con una patata da far sbollire al più presto, ovvero il crescente imbarazzo della Casa Bianca che certo ai governanti "amici" non deve fare troppo piacere: a sinistra, il testo completo del suo articolo, a destra i nostri commenti. (I titoli non li fanno gli autori, ma in questo caso si dimostra solo la perfetta "sinergia" dei reparti sotto la nuova direzione del Corriere).

Teniamo inoltre presente che questa critica sarebbe del tutto ingiustificata (Riotta ha tutto il diritto di scegliersi l'argomento e gli accenti che preferisce, ovviamente), se nel frattempo il lettore italiano fosse stato decentemente informato sugli snodi fondamentali della vicenda. Ma visto invece il curioso silenzio-stampa sulla medesima, questo diventa il primo articolo in cui se ne parla un pò a fondo, e la responsabilità di informare prima di tutto correttamente ce l'ha tutta chi lo scrive.

      TESTO ARTICOLO CdS 2.10.03                                     COMMENTI

 L’ombra del Watergate, ma la stampa è cambiata


Leader e giornalisti sono ormai partner in un gioco di interessi. Come nel nuovo caso della Casa Bianca

di Gianni Riotta


NEW YORK - In principio erano Bob Woodward e Carl Bernstein, i due ragazzi cronisti del Washington Post, che grazie alle rivelazioni di una fonte, detta «Gola profonda» da un filmino porno di allora, costrinsero nel 1974 alle dimissioni l'onnipotente presidente Richard Nixon.

Lo scandalo Watergate ebbe sugli schermi i volti di Robert Redford e Dustin Hoffman e mobilitò una generazione di volontari, entrati nel giornalismo con una chiara vocazione: informare l'opinione pubblica democratica sulla condotta dei potenti, così da permettere ai liberi cittadini scelte mature e consapevoli.

Ventinove anni dopo, il rapporto politica-media ha perduto qualunque residua innocenza, non ci sono più né buoni né fate, e leader e giornalisti sono partner in un gioco di interessi e ricatti.


Lo scandalo che sta animando Washington, sull'identità di un'agente Cia svelata per screditare il marito, un ambasciatore critico del presidente Bush, rispecchia in modo perfetto i guai britannici del primo ministro Tony Blair, alle prese con la rete televisiva Bbc .

Romanzi senza eroi, dove il pubblico finisce con il diffidare - e i sondaggi lo comprovano - tanto dal mondo politico quanto dai cani da guardia della democrazia, i giornalisti, ridotti a pitbull da noleggio.


Il caso dell'ambasciatore Joseph Wilson è un classico. Ultimo diplomatico a incontrare Saddam Hussein, ai tempi della prima guerra del Golfo, Wilson protesse decine di occidentali dalle minacce del regime Baath, rischiando rappresaglie gravi. Il presidente George Bush padre lo considerava «un duro», ma Wilson non ha condiviso la seconda guerra del Golfo e, dopo essere stato inviato dalla Cia in Africa nel febbraio del 2002 ad accertare la presunta vendita di uranio arricchito, dal Niger all'Iraq, ha smentito che il traffico di materiale radioattivo si fosse mai concretizzato.

















Non contento di avere informato le fonti ufficiali nella capitale, Wilson pubblica un articolo denunciando la montatura politica della minaccia nucleare di Saddam.








Pochi giorni dopo, l'anziano Robert Novak, opinionista della rete tv Cnn e del quotidiano Washington Post , sì proprio il mitico foglio di Woodward&Bernstein, rivela che la moglie di Wilson, Valerie Plame, è un'agente della Cia, insinuando che sia stata proprio lei a incaricare il marito della delicata missione in Africa e che la coppia sia impegnata in un complotto contro la Casa Bianca.





Il danno che Novak, e con lui altri due cronisti, Knut Royce e Timothy Phelps, creano alla signora Plame Wilson, è enorme. Per antica regola di intelligence, la Cia non impiega più in missioni strategiche agenti la cui identità sia trapelata nei media.

La Plame è indicata come ex «operative», vale a dire attiva in operazioni segrete, e quindi oltre a essere «bruciata» come funzionaria è esposta alle possibili vendette di commandos terroristici, che, dal Libano all'Afghanistan, hanno colpito gli agenti segreti ogni qualvolta hanno potuto.






Il culto del segreto, alla Cia, arriva fino a non identificare gli agenti caduti in servizio, dedicando loro solo un'anonima stella sul muro di marmo della sede centrale a Langley, in Virginia. Neppure ai familiari, neppure dopo decenni, viene mai riconosciuta la verità. Un agente che rinnegò la Cia, Philip Agee, rivelò in un libro i nomi di molti colleghi e da allora esporre l'identità di un membro dei servizi segreti costa il carcere.

A norma dell'«Intelligence identities protection act», una legge approvata nel 1982, chi ha diffuso il nome di Valerie Plame rischia fino a dieci anni di galera e mezzo milione di dollari (cifra equivalente in euro) di multa.

Ad aggravare la trama, ulteriori rivelazioni del Post: due dirigenti della Casa Bianca avrebbero chiamato altri giornalisti di Washington per spifferare l'identità della Plame.


Una fonte dell'amministrazione Bush ammette: «Si tratta di pura e semplice vendetta» contro Wilson e sua moglie «ed è stato tutto inutile, perché non siamo riusciti a demolire la loro credibilità».



A onore della categoria, almeno quattro giornalisti rinunciano allo scoop velenoso.




Ricordate la parallela vicenda inglese?

Una fonte anonima informa la prestigiosa rete Bbc che il governo laburista di Tony Blair avrebbe provato a rendere più «piccanti» certi dossier contro Saddam Hussein, allo scopo di persuadere la recalcitrante opinione pubblica britannica alla guerra. Il cronista Andrew Gilligan punta il dito, in particolare, contro l'uomo immagine di Blair, Alistair Campbell. A prima vista l'affare è cristallino, la coraggiosa Bbc , la rete che con le note del «boom boom boom boom» di Beethoven informò l'Europa sotto il tallone di Hitler, rivela le malefatte dei soliti politici. Quando però lo scienziato David Kelly, scoperto come «talpa» di Gilligan, si suicida tragicamente, la fiaba diventa tragedia. Gilligan confessa di avere stravolto le dichiarazioni di Kelly, forzandole contro Blair e Campbell, a caccia di scoop e di personale rivalsa. Campbell ha messo comunque le mani nei dossier e, pur di mandare a monte il castello di carte della Bbc , non ha esitato a dare in pasto al circo dei media lo sfortunato dottor Kelly.

Gilligan&Novak, due esperti giornalisti, diventano i gemelli negativi di Woodward&Bernstein.



Trent'anni fa la stampa ambiva a rappresentare la coscienza delle democrazie, come postulato dal filosofo Jürgen Habermas nel suo classico saggio «Storia e critica dell'opinione pubblica». Oggi, sognando esclusive, un filo di notorietà, una finestra in prima pagina, gioca a fare il cane da riporto dei politici. Il meccanismo è semplice. I leader sanno che la stampa e la tv hanno bisogno di informazioni, meglio se riservate. E allora offrono un singolo pezzetto di verità, quella che più loro serve, in cambio dell'«esclusiva». I giornalisti alla Gilligan e Novak si guardano bene dal mettere lo scoop nel contesto generale, o a integrarlo con altre fonti, guadagnandosi la giornata, ma tramutandosi in propagandisti dei potenti di turno.

Adesso il presidente George W. Bush, che aveva giurato di riportare alla Casa Bianca «onore e integrità» dopo gli scandali di Bill Clinton, promuove un'inchiesta per individuare le talpe.






I democratici sono sul piede di guerra, non vogliono che a condurre le indagini siano gli uomini del ministro della Giustizia John Ashcroft, paladino conservatore.



Clinton fu impalato prima sulla speculazione edilizia del Whitewater e poi sul flirt con Monica Lewinsky: adesso i democratici provano a incastrare Bush e il suo consigliere, l'astuto Karl Rove, che i sussurri della capitale già indicano come regista del complotto.











La maggioranza degli americani ritiene - malgrado non esistano prove in tal senso - che dietro l'attacco dell'11 settembre ci fosse Saddam Hussein. Di converso, milioni di cittadini europei sono certi che nessun aeroplano abbia colpito il Pentagono quella tragica mattina e che Al Qaeda non sia colpevole della strage, affibbiando la responsabilità alla Cia o a oscuri cartelli petroliferi che progettano un oleodotto fantasma in Afghanistan.

Si può sorridere di opinioni così grottesche, ma se tanta gente sceglie le tenebre della menzogna alla luce della verità, è anche perché la giostra interessata tra media e politica ha dissolto la fiducia in un'informazione equanime e tollerante. Addio, Woodward e Bernstein.


www.corriere.it/riotta


Gianni Riotta
Intanto, partiamo dal passato e collochiamo la vicenda nel tempo, così da toglierle un pò di urgenza.

E poi facciamo apparire il "nuovo caso della Casa Bianca" come un semplice episodio in una dinamica ben più ampia: il rapporto storico fra media e potere, sul quale appunto si vuole spostare l'attenzione.

Premessa nostalgica, con sfumature epiche, tesa sia a suggerire il campo di battaglia fasullo, sia ad introdurre un'immagine del giornalismo che non è mai esistita, ma che verrà molto utile in seguito: quella intesa ad informare "l'opinione pubblica democratica sulla condotta dei potenti", corroborata  dall'icona istituzionalizzata dei due Davide, puri come acqua di fonte, che abbattono da soli il Golia Universale. Come se Woodward e Bernstein avessero deciso in birreria di buttare giù il presidente, perchè non avevano niente di meglio da fare, e gli girava per le mani quella notizia un pò curiosa.
 
Riotta sa benisimo che non ci sono mai stati nè buoni ne fate, ma ne ha bisogno qui per seminare gli elementi che gli permetteranno la conclusione cui tanto ambisce, quella lontana dal problema effettivo.

E solo ora, con nonchalance, comincia a dare la notizia vera, anche se lo fa in maniera parziale ed imprecisa: ti dice che è stata svelata l'identità di un agente CIA, ma si dimentica che l'abbia fatto la Casa Bianca, e poi corre subito a mischiarsi in diverso polverone, quello di Blair.

Un pausa di moralismo cade proprio a pennello: rompi il discorso appena iniziato (come se non fosse così importante), e soprattutto, denunciando i giornalisti "ridotti a pitbull da noleggio", ti metti al sicuro dal sospetto di essere tu uno di quelli.

Ora che il lettore è suo agio, e si fida ad occhi chiusi, è il momento di introdurre il personaggio scomodo, travestendolo da cattivo: basta legare in qualche modo Wilson al maligno Saddam, e poi fare in modo che - favorevole alla prima guerra nel Golfo ma contrario alla seconda - appaia come "incoerente", forse "oscuro", o addirittura "traditore della patria".

Lanciato il cavallo del male, è ora di mettergli in groppa la bugia più solenne. Doppia, per giunta: 1) Wilson non è stato mandato in Nigeria ad "accertare la presunta vendita di uranio arricchito", ma la veridicità del documento che l'avrebbe dimostrata. 2) Non ha di conseguenza "smentito che il traffico di materiale radioattivo si fosse mai concretizzato", ha invece confermato che il documento fosse un falso dozzinale. (D'altronde, con un documento che porta la firma di un ministro, ma una data in cui quel ministro era a spasso già da un anno, cos'altro vuoi investigare?)

E pensate invece che Riotta, in tutto l'articolo, riesce magistralmente a non dire mai che la Casa Bianca abbia usato un documento falso per andare in guerra. Alla faccia dei pitbull da noleggio.

Peccato che fra i due fatti, appunto, ci sia stata l'invasione dell'Iraq, basata sull'uso - tanto distorto quanto consapevole - del documento di cui sopra.

E poi, perchè, "non contento", scusi? Non era stato mandato apposta per quello? E allora, perchè far passare per una mezza birichinata il suo diligente lavoro di diplomatico? Forse perchè così "pubblica un articolo" ne diventa l'altra metà?

L' "anziano Robert Novak" (qui nel senso di vecchietto, o di saggio, ma comunque fa parte dei "buoni", vista anche la garanzia W.P.) è in realtà uno squalo tra i più fetenti in tutta Washington, che ha fatto del proprio mestiere uno scudo imperforabile per portare da trent'anni acqua al mulino della destra repubblicana. E' lui il vero elemento marcio (poichè teoricamente neutrale) della faccenda, essendo l'unico, fra i sei giornalisti ai quali la Casa Bianca ha spifferato il nome della spia, ad averlo reso pubblico. Che dite, colpa dell'età?

Essendo prima o poi obbligato a riconoscere la gravità del danno (e l'enorme rischio personale) derivati ad un agente dallo svelamento della sua identità...



... Riotta pensa bene di illustrarceli con delle "possibili vendette di commandos terroristici, che, dal Libano all'Afghanistan, hanno colpito gli agenti segreti ogni qualvolta hanno potuto". Ovvero, il male non è tanto nella rivelazione in sè, ma nel fatto che ci sono in giro certi cattivacci che se ne approfittano subito. (Chissà perchè è sempre e soltanto dagli Arabi che bisogna guardarsi, ultimamente? Un Cinese che scopre che sei stato tu a fotterlo in passato, cosa fa? Ti manda due casse di champagne per Natale?)

Il "culto del segreto", o la necessità imperativa di proteggersi i fondelli?

Ovvero (suggerimento subliminale): abbiamo commesso davvero un grave crimine - federale oltre che morale - o abbiamo solo violato un "vezzo" un pò curioso?




.... Ah, ecco, c'è la legge, e non si poteva non dirlo. Ma fatto ora, con di mezzo l'annedottica da cuscinetto, l'effetto è certo più smorzato: voi sentite per caso lo sdegno di chi vorrebbe il colpevole in galera per anni? Io proprio no.

Quella che si aggrava non è la trama, temo, ma la posizione della Casa Bianca. E quelle non sono "rivelazioni" del Post, temo, ma dichiarazioni in diretta fatte da Wilson in persona. Non la vede, Riotta, la CNN?

"Pura e semplice vendetta". Certo. Lungi da noi il pensare che fosse invece un prova di forza fra CIA e Casa Bianca, con il chiaro messaggio a tutti gli agenti ancora in circolazione: "non provateci più o farete la stessa fine". No, era semplice ruggine col Wilson un pò troppo ficcanaso, tutto lì.

Viva Robin Hood! Però, mi scusi, che ne facciamo allora del suo Novak parla-e-fuggi? Sempre il vecchietto coi freni da rifare, o l'emerito figlio di una gran signora?

Sinceramente, no, mi stavo appena  concentrando un pò sulla Casa Bianca, per capirci qualche cosa. Ma se lei crede, torniamo subito alla vicenda inglese, che di sicuro ci darà una mano. Infatti:

Gilligan...

Blair...

Campbell...

BBC...

Beethoven...

Hitler...

Kelly...

Sarti...

Burgnich...

Facchetti...

Tagnin, Guarneri, Picchi...


... ed ecco che il geronte Novak, nella confusione scatenata dall'atterramento di Mazzola, si ritrova a far coppia in barriera - negativa, ma solo a parole - con l'altro stopper di professione, Gilligan.

E proprio adesso che cominciavo a collegare, mi arriva da dietro un bell' Habermas in scivolata, mi falcia alle caviglie e finisco dritto in infermeria.








Il campo ormai, fra retorica, banalità e finti affondi agli stopper, è diventato un pantano impraticabile. E' quindi il momento ideale per buttarci dentro la patata che bolle - l'inchiesta che incombe sul futuro di Bush - con la speranza che non se ne accorga quasi nessuno.

E' utile inoltre paragonarla subito a quella lanciata dai repubblicani contro Clinton, ai tempi della Levinsky. Diventa così infatti molto più facile suggerire [poco più sotto] che "adesso i democratici provano a incastrare Bush e il suo consigliere", invece di dover dire, molto più semplicemente, che le azioni di Bush e dei suoi reclamano giustizia da tutte le parti, e di un tipo ben diverso.

Più che "paladino conservatore" - cosa che sanno tutti e non daneggia nessuno - perchè non dire che Ashcroft è l'uomo di cui il sospettato n.1, Karl Rove, è stato manager e stratega in ben due campagne senatoriali vincenti? Trattasi ovvero, come dicono dalle mie parti, di culo e camicia?

A quel che mi risulta, Clinton fu assolto sia sull'uno che sull'altro. E impalati, caso mai, rimasero due top-gun repubblicani, fra cui il presidente stesso della commissione di impeachment, poichè coinvolto a sua volta in scandali sessuali...  con una minorenne! (D'altronde, mica si chiamava Mr. Hyde per niente, il grande moralizzatore di quella settimana

Ma torniamo ai "sussurri della capitale", ovvero ciò che trovi a nove colonne su tutti i giornali: serve per caso un aiuto, per convincersi che si tratti della solita "conspiracy theory" messa su da "chi il potere non ce l'ha"? Eccolo:

Questo paragrafo si commenta disperatamente da solo.

Ci limitiamo a segnalare, da un punto di vista tecnico, la grande abilità nel mischiarne la metà vera con quella falsa. (Il trucco è quello di mettere sempre prima...

...così, quando arrivi al "di converso", l'altra va giù che manco te ne accorgi).

Ma sì, sorridiamo tutti, noi milioni di imbecilli in mezza Europa che non vogliamo credere agli assi del cielo col tovagliolo in testa allenati sulle giostre, e ai Boeing di cinquanta tonnellate che scompaiono ingoiati dal primo abbaino che trovano, e già che ci siamo mettiamoci pure dentro questa "grottesca opinione" sulla Casa Bianca, così nel minestrone di letame dormiamo tutti meglio. E dalle tenebre della menzogna, in cui noi stessi ci siamo voluti cacciare (sospiro accennato), consoliamoci all'idea che ci sia gente come Riotta (singhiozzo trattenuto) a conoscere ancora la luce della verità (lacrima furtiva). Ah, se solo ci fossero "la fiducia e il giornalismo equanime di una volta!" (lacrime copiose). Addio, caro Woodward! (fazzoletto ormai zuppo). Addio, carissimo Bernstein! (bacinella formato pediluvio, e giù a fontana senza più pudore).

(Visto che catarsi, con una premessa fatta appena come si deve? L'arte del racconto è tutta lì.)

Se poi per caso qualcuno avesse anche capito la storia dell'agente CIA e della Casa Bianca, si faccia avanti che a questo punto ha incuriosito pure noi.

Massimo Mazzucco

A proposito di malgiornalismo, vedi anche:
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IMBECILLI NO GLOBAL! Il colpevole non è il contadino ricco!

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