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Ieri è successo un fatto interessante. Anzi, un doppio fatto interessante: inizialmente, la CIA ha dichiarato di avere le prove di un coinvolgimento diretto da parte degli hacker russi per favorire la vittoria di Trump nelle elezioni americane. Il secondo fatto interessante è che lo stesso Trump ha apertamente respinto questa ipotesi, delegittimando la rivelazione della CIA con una frase al vetriolo: "Presumo che queste siano le stesse persone che nel 2003 avevano scoperto che Saddam aveva le armi di distruzione di massa".

In pratica, con una semplice frase ha sputtanato pubblicammente la credibilità della CIA.

Il commento di Tump è stato talmente sorprendente che l'ex-direttore della CIA, Hayden, ha dichiarato: "Wow! Il neoeletto presidente non crede ai dati fattuali della CIA!"

Ma di fattuale, come sappiamo, c'è ben poco. E mentre la Russia chiede apertamente che vengano mostrate al mondo le prove del loro coinvolgimento, lo stesso Trump ha dichiarato: "Per quel che ne so io, [a violare i server dei democratici] potrebbe essere stata la Russia, la Cina, oppure un tizio qualunque che abita nel New Jersey."

Questo attacco frontale alla CIA da parte di Trump sembra fare da contraltare all'appoggio chiaramente partigiano che Trump ha ricevuto dall'FBI prima del voto presidenziale.

C'è stato un altro vincitore, oltre a Donald Trump, nelle recenti elezioni americane dell'8 di novembre: è il movimento per la legalizzazione della marijuana.

Non essendo stupidi come noi, che per ogni singola decisione facciamo una elezione a parte, gli americani usano includere nella scheda elettorale delle loro elezioni politiche anche tutte le decisioni di tipo referendario che possono essere prese a livello statale.

È stato il caso della legalizzazione della marijuana, che compariva nella scheda elettorale di cinque nuovi stati americani (oltre a quelli che già ce l'hanno). Per quattro di questi il voto è stato positivo. Altri cinque nuovi stati hanno approfittato delle elezioni presidenziali per introdurre anche l'uso medico della marijuana, e il voto positivo è stato di cinque su cinque.

Come già abbiamo scritto per le precedenti elezioni americane, una cosa è il significato sociale del risultato elettorale, un'altra è il significato politico del medesimo.

In altre parole, l'elezione di un determinato presidente ci indica sempre la "temperatura mentale" della popolazione americana, indipendentemente da quelle che saranno poi (o che non saranno) le conseguenze politiche di quell'elezione.

Quando vinse Barack Obama scrivemmo che il segnale primario di quell'elezione era che l'America fosse finalmente pronta ad eleggere un nero alla Casa Bianca. Un grande passo evolutivo, nella breve storia di questa nazione, indipendentemente da ciò che poi il nuovo presidente sarebbe o non sarebbe riuscito a fare.

La vittoria odierna di Trump può essere letta con gli stessi parametri: ci dice sostanzialmente che l'America di oggi si ribella ad un sistema politico ormai palesemente marcio, indipendentemente da quello che poi farà o non farà Donald Trump dall'ufficio ovale della Casa Bianca.

Quella di oggi infatti non è tanto una vittoria di Trump, quanto piuttosto la sconfitta di un enorme apparato di gestione del potere, il cui strumento principale sono in media asserviti, e il cui scopo ultimo è quello di permettere ad una oligarchia di controllare un'intera nazione tramite il velo ingannevole della "democrazia".

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Martedì 8 novembre, a partire dalle ore 22.00, PandoraTv dedicherà un appuntamento speciale alle elezioni negli USA in collaborazione con TeleAmbiente. Vi racconteremo quello che non saprete dai media tradizionali. Saremo in diretta Streaming su http://www.pandoratv.it/, sulle frequenze digitali terrestri di TeleAmbiente (Roma, Napoli, Pescara, Perugia, Arezzo, Caserta, Grosseto Ch. 78 DDT Milano Ch. 812 DDT.), in Streaming su http://www.teleambiente.it/ e su http://www.roadtvitalia.it/ [*]

Alla diretta parteciperanno Massimo Mazzucco, Roberto Quaglia, Pino Cabras, Manlio Dinucci ed altri esperti. Condurrà la trasmissione il giornalista e blogger Glauco Benigni in collegamento con Giulietto Chiesa da Teheran.

[*] Se possibile, potrete seguire lo streaming anche da questa pagina di luogocomune. Inseriremo il codice di embedding poco prima della trasmissione.

Dopodomani i cittadini islandesi andranno al voto per eleggere il nuovo Parlamento. Stando ai sondaggi si prevede una clamorosa vittoria del partito dei Pirati (si chiamano proprio così), un partito che sino a quattro anni fa non esisteva nemmeno. Fondato dall'attivista Birgitta Jónsdóttir come "costola" dell'omonimo partito svedese, all'inizio il partito dei Pirati era poco più di una start-up nata in Internet, che voleva combattere le leggi internazionali sul copyright digitale. Ma quando il primo ministro islandese è saltato sulla mina dei Panama Papers (aveva delle società offshore intestate alla moglie, e ha dovuto dimettersi), il partito dei Pirati ha cavalcato lo sdegno nazionale, diventando rapidamente una formazione con un importante peso politico.

E ora rischiano addirittura di vincere le elezioni (i sondaggi li danno al 22%). Non raggiungeranno probabilmente la maggioranza assoluta in Parlamento, ma l'establishment politico da oggi in poi dovrà fare i conti con loro, per continuare a governare.

I Pirati si definiscono "né di destra né di sinistra" (vi ricorda qualcuno?), e siccome sostengono di voler combattere corruzione e malgoverno, i media occidentali si sono affrettati ad appiccicargli l'etichetta universale di "populisti", molto bravi a protestare ma molto meno bravi a fare proposte.

In realtà, se andiamo a guardare il loro "manifesto elettorale", qualche ideuzza sembrano avercela anche loro.

100 milioni di americani hanno seguito ieri sera in diretta il dibattito televisivo fra Hillary Clinton e Donald Trump. 100 milioni significa un americano su tre, contando anche i bambini e gli anziani con l'Alzheimer.

Praticamente un'intera nazione incollata davanti ai teleschermi, a seguire il momento clou della più grande messinscena della storia moderna: la cosiddetta "democrazia".

Un sistema nel quale il popolo più "libero e democratico" del mondo si trova a dover scegliere fra una velenosa guerrafondaia con manie di grandezza e uno psicopatico col parrucchino convinto che una nazione possa funzionare come una fabbrica di biscotti.

Se infatti guardiamo ad un recente sondaggio, scopriamo che il 52% degli americani dichiarava che avrebbe preferito morire piuttosto che votare per Hillary Clinton, ...

"L'egoismo degli Stati Uniti e le loro ambizioni di  dominio militare globale sono la causa della loro riluttanza a negoziare l'abolizione dello sviluppo e della collocazione di armi nello spazio. Ciò rappresenta una minaccia per le altre nazioni". Lo ha detto l'ambasciatore russo alle Nazioni Unite, Vitaly Churkin.

"Gli americani vogliono arrivare ad avere il predominio militare, e non si accontentano di un mondo che si regga sugli equilibri reciproci. Non hanno molta voglia di condividere con altri il loro potere e la loro influenza" ha aggiunto Churkin.
 
"Se provate ad immaginare l'estensione nello spazio della corsa agli armamenti… Questo crea un sacco di problemi - ha spiegato Churkin - Ad esempio, riguardo alla possibilità di continuare a ridurre le armi nucleari. Di tanto in tanto Washington dichiara di voler proseguire i negoziati con la Russia sulla riduzione di armi nucleari, ma è molto difficile parlarne, senza includere la possibilità che queste armi possano essere piazzate nello spazio. Se questo accadesse, si verrebbe a creare una situazione strategica completamente differente, molto difficile da regolamentare".

"Per questo motivo - ha aggiunto l'ambasciatore - noi continueremo a spingere per una proibizione del piazzamento di armi nello spazio".

Sembra di leggere il titolo da un sito complottista: "Il TTIP è morto". "Sì va bè - dici tu - adesso raccontatemi che Cenerentola esiste, e così il sogno è completo". Invece è vero: il titolo sta sulla Stampa, su Repubblica, sul Fatto Quotidiano e su tutti gli altri giornali più importanti.

E il bello è che il negoziato non sarebbe fallito per chissà quale cavillo giuridico, ma proprio perchè, a detta del ministro dell'economia tedesco Gabriel, "gli europei non possono capitolare alle richieste americane". Tanto per essere chiaro, Gabriel ha poi aggiunto che "durante la tornata di trattative all’inizio dell’estate non è stata trovata l’intesa su nessuno dei 27 capitoli in discussione."

Il partito democratico americano è stato travolto da un nuovo scandalo delle e-mail. Questa volta ad essere responsabile non è Hillary Clinton in persona, ma l'intera segreteria del partito democratico, guidata da Debbie Wasserman-Shultz.

Quello che emerge da oltre 20.000 e-mail, che sono state ripubblicate da Wikileaks, è che l'intera classe dirigente del partito democratico si è coalizzata per evitare che Bernie Sanders vincesse le primarie al posto di Hillary Clinton. In altre parole, hanno truccato le primarie.

Lo scandalo è stato tale che Debbie Wasserman-Shultz questa mattina ha dovuto dare le dimissioni, a poche ore dall'apertura della convention democratica a Filadelfia. (E un po' come se Matteo Renzi dovesse dare le dimissioni da segretario la mattina stessa in cui apre il congresso del PD).

Ma fin qui, sarebbero solo storie di ordinaria politica. Il vero divertimento inizia quando guardiamo a qual è stata la reazione del partito democratico, di fronte allo scandalo improvviso. Colti con le mani nel sacco, invece di riconoscere le scorrettezze e fare ammenda di fronte ai propri elettori, i dirigenti del partito democratico hanno scelto la soluzione più stupida e più prevedibile insieme: hanno dato la colpa a Putin. [...]

Donald Trump è strepitoso. Con la leggerezza che lo contraddistingue, ieri ha messo in dubbio addirittura l'automatismo del sistema di difesa della NATO, voluto storicamente dagli stessi Stati Uniti. Alla domanda del New York Times su come si sarebbe comportato nel caso di una richiesta di intervento militare da parte di un'altra nazione NATO, Trump ha candidamente risposto: "Dipende da come loro si sono comportati con noi. Se hanno rispettato i loro obblighi verso di noi, allora si, potremmo intervenire".

In altre parole, Donald Trump ha messo gli accordi NATO sullo stesso piano di un qualunque contratto di lavoro: se tu rispetti gli impegni che hai preso con me, allora io rispetterò quelli che ho preso con te. Altrimenti, sono affari tuoi.

La reazione del segretario generale della NATO, Stoltenberg, non si è fatta aspettare: "La solidarietà fra le nazioni partecipanti - ha detto - è un punto centrale per la NATO". Ma Donald Trump da questo orecchio sembra non sentirci. Per lui contano solo gli interessi americani, e l'unico punto di vista che conta è il punto di vista americano. Esattamente come per i suoi business Trump dice "se qualcosa mi conviene la faccio, altrimenti no". E il bello è che se una cosa gli conviene o meno, lo decide soltanto lui.

Per ora i sondaggi danno ancora un leggero vantaggio per Hillary Clinton, ma molte cose possono cambiare da oggi a novembre, e di certo nessuno se la sente di escludere che alla Casa Bianca possa andarci davvero Trump.

Altri tre poliziotti sono stati uccisi oggi a Baton Rouge, in Louisiana. Non è chiaro se i poliziotti siano giunti sul luogo perché stavano intervenendo su un episodio già avvenuto, o se siano stati invece attratti intenzionalmente, in una vera e propria imboscata. Ma la natura dell'evento sembra chiara: Baton Rouge è la stessa città dove una decina di giorni fa venne ucciso Alton Sterling, il nero che fu ammazzato a sangue freddo da due poliziotti che lo stavano arrestando. E quindi altamente improbabile che si tratti di una coincidenza, e di fatto questa nuova uccisione di poliziotti sembra essere il prolungamento di quanto è avvenuto a Dallas una decina di giorni fa: una vendetta programmata, contro la "polizia assassina", per vendicare le troppe uccisioni ingiustificate - e mai punite - di cittadini neri da parte di poliziotti bianchi.

Ma l'importanza di questo secondo assassinio di poliziotti è enorme: mentre gli americani speravano, in cuor proprio, che quello di Dallas sarebbe rimasto un caso isolato, il nuovo episodio di Baton Rouge significa che siamo di fronte ad una potenziale serialità, e questo non potrà che tradursi in un enorme aumento della tensione sociale in ogni città americana, dalle grandi metropoli alle piccole cittadine di provincia.

Da oggi infatti ogni poliziotto americano sa che se viene chiamato per intervenire sul luogo di una normale rapina, potrebbe in realtà trattarsi di una trappola tesa contro lui stesso e i suoi colleghi. E in una società dove il grilletto facile è una delle caratteristiche più tradizionali, questo non potrà che portare ad altri episodi violenti, nell'arco delle prossime settimane.

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