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Di recente sono stato a Torino. Una mattina sono andato a fare una passeggiata in centro, dalle parti di Piazza Vittorio. E' una piazza enorme (credo che venisse usata dai Savoia per le parate militari), con ampi porticati lungo i lati, bar e negozi dappertutto. La piazza brulica letteralmente di attività: gente che passeggia, negozianti che mettono in ordine le loro vetrine, turisti che fotografano, ragazzi seduti ai tavolini, tram che passano sferragliando, gente che fa musica sotto i portici.... insomma, la vita.

Poi ad un certo punto qualcosa ha attratto la mia attenzione: era una antica costruzione circolare, sopraelevata, appoggiata sulla collina antistante, che guarda la Piazza Vittorio dall'altra parte del Po.

E' la chiesa della Gran Madre, nota anche ai torinesi come "la chiesa dei Templari". Istintivamente, mi sono diretto verso il ponte che portava dall'altra sponda, l'ho attraversato e mi sono avvicinato alla chiesa. Guardandola da sotto, sembrava molto più imponente di prima. Pensavo di dare un'occhiata solo dall'esterno, quando ho notato una cancello laterale che era aperto, e che dava accesso alla scalinata che portava fino all'ingresso della chiesa.

Il caso lo conosciamo tutti. Durante il suo programma di sabato scorso Paola Perego ha elencato i presunti pregi - agli occhi maschili ovviamente - delle donne dell'est. Fra questi pregi vi era il fatto che "sono sempre sexy", che "perdonano il tradimento" e che "sono disposte lasciar comandare il proprio uomo".

Apriti cielo! Dopo essere passata dalla camera di risonanza dei social, la trasmissione è stata bollata come "sessista" e "razzista", e a questo punto è scattata la macchina del politically correct, che ha impegnato direttamente i vertici della RAI. La presidente Monica Maggioni si è detta sconcertata, "come giornalista e come donna", e il direttore Campo Dall'Orto ha pensato bene di cancellare addirittura la trasmissione della Perego, mentre tutta la stampa sinistroide dava voce allo sdegno nazionale.

Ma in fondo, se si va bene a guardare, quale è stato il "peccato mortale" della Perego?

Quello di promuovere attivamente una ideologia sessista, oppure semplicemente quello di renderne nota l'esistenza?

Questo intervento di Valerio Lo Monaco ci mette in guardia dalla "tecnica della rana bollita", il lento processo di assuefazione allo stato di necessità a cui sta venendo sottoposto il cittadino medio. Quello che una volta era considerata la soglia della sconfitta sociale, oggi sta diventando addirittura uno status a cui ambire disperatamente. E avanti di questo passo...

di Valerio Lo Monaco

L’uomo è un animale adattabile: si adatta anche alle cose che dovrebbe ripudiare. Ci adattiamo a mangiare cibo spazzatura, a respirare veleni, a stare in coda un’ora al mattino in tangenziale per andare al lavoro e un’altra ora la sera per tornare a casa.

Il credente dice: "Dio esiste". L'ateo gli risponde: "Dimostralo!" Il credente replica: "No, sei tu che devi dimostrare che non esiste".

A chi sta l'onere della prova?

Questo è un problema che si pone molto di frequente, nelle discussioni di ogni livello, e sembra non esserci una regola universale per stabilire di volta in volta chi sia a dover dimostrare che cosa. O meglio, la regola esiste, ma è passibile di interpretazione: secondo la definizione più classica, infatti, "sta a chi vuole dimostrare l'esistenza di un fatto di fornire le prove per l'esistenza di quel fatto".

Benissimo. Quindi, se io voglio sostenere, ad esempio, che Peter Sellers ha avuto una storia d'amore con Sophia Loren, devo trovare fotografie, lettere e testimonianze di vario tipo che confermino quello che sostengo. Se le prove saranno sufficienti, la mia tesi sarà stata dimostrata, se invece non lo saranno, la mia tesi resterà una semplice illazione.

Fin qui, sembra tutto facile. Ma come ci si comporta quando vi sono due verità contrapposte che si combattono a vicenda? Come ci si comporta quando due persone vogliono affermare l'esistenza di due fatti fra loro contrari?

Vorrei parlare della vicenda di DJ Fabo non dal punto di vista etico o morale, ma da quello del percorso individuale.

Tutti noi viviamo la prima parte della nostra vita convinti di essere noi a determinare quello che ci accade. Facciamo delle scelte, esercitiamo il nostro libero arbitrio, decidiamo man mano di andare a destra piuttosto che a sinistra, in alto piuttosto che in basso, ed iniziamo a costruire quello che diventa il nostro percorso individuale.

Poi però ci accadde qualcosa (di solito intorno ai 40 anni) per cui entriamo nella famosa "selva oscura" di cui ci parla Dante. Perdiamo le coordinate del nostro percorso, ci sentiamo improvvisamente impotenti rispetto al nostro destino, e lentamente capiamo che non siamo noi a condurre la nostra vita, ma che è lei a suggerire a noi dove dobbiamo andare.

A quel punto di solito avvengono due cose: o la persona si intestardisce, continua a cercare di voler andare dove vuole arrivare lui, e quindi soffre per il costante conflitto di non riuscirci (quasi mai) in pieno, oppure accetta questa nuova realtà delle cose, capisce che la vita gli sta dando dei suggerimenti utili, comprende che c'è qualche motivo superiore per il quale gli conviene seguirli, e diventa la nuova persona che caratterizzerà la seconda parte della sua esistenza. Più docile, più umile, più altruista, più al servizio della vita che non di sè stesso

Mi colpiscono molto le notizie di gente che muore di freddo in mezzo alla strada, di notte, da sola, senza un tetto per ripararsi. Mi sembra impossibile che nel terzo millennio, nella parte più avanzata del mondo, possano accadere cose del genere.

Lo so che è facile scadere nella retorica, e domandarsi "a cosa serve il progresso, se poi non possiamo nemmeno offrire un tetto al nostro fratello?", ma in questo momento non mi viene da dire altro.

Mi attanaglia il dubbio che abbiamo sbagliato tutto, costruendo una società al contrario, dove ciò che doveva essere primo - cioè l'uomo - in realtà è l'ultimo.

Voi cosa ne pensate?

M.M.

Si sta avvicinando la fine di questo 2016 e vale la pena cercare di tirare qualche somma di quanto è realmente accaduto nel mondo in questi dodici mesi.

di Piero Cammerinesi

Ove realmente significa cercare di intuire quanto si è mosso dietro le quinte degli avvenimenti esteriori, in modo da dar loro, per quanto possibile, una interpretazione organica, unica garanzia di una efficace comprensione della storia.

Per comprendere il senso dell’andamento di quest’anno bisogna innanzitutto richiamare alla mente gli eventi salienti che hanno caratterizzato le profonde trasformazioni geopolitiche che in soli 366 giorni (il 2016 è un anno bisestile) hanno modificato profondamente il volto del nostro pianeta.

Da un punto di vista meramente esteriore potremmo certamente considerare quest’anno l’annus horribilis del terrorismo, del conflitto in Siria e del ritorno della guerra fredda tra USA e Russia.

Ma è veramente così?

Se la lunga scia di sangue del sedicente terrorismo islamico e del nefasto conflitto in Siria sembrerebbe confermare tale definizione, forse scavando un po’ tra i retroscena dei fatti, unendo i punti della narrazione, potremmo, tuttavia, pervenire a conclusioni diverse.

Iniziamo a ripercorrere brevemente gli eventi salienti dell’anno che si sta per concludere.

Qualche giorno fa Stephen Hawking ha pubblicato sul Guardian questo articolo, nel quale lancia l'allarme per le conseguenze causate nel mondo dalla crescente ineguaglianza economica e sociale.

di Stephen Hawking

Come fisico teoretico basato a Cambridge, ho vissuto la mia vita all'interno di una bolla estremamente privilegiata. Cambridge è una città particolare, incentrata su una delle grandi università del mondo. All'interno di questa città, la comunità scientifica di cui sono entrato a far parte quando avevo 20 anni è ancora più rarefatta.

All'interno di questa comunità scientifica, il piccolo gruppo internazionale di fisici teoretici con cui ho lavorato nella mia vita potrebbe esser tentato di considerare se stesso come una vetta inarrivabile. Oltre a questo, grazie alla celebrità che ho raggiunto con i miei libri e all'isolamento che mi deriva dalla mia malattia, mi sembra che la mia torre d'avorio stia diventando sempre più alta.

E quindi il recente rifiuto delle elites, sia in America che in Gran Bretagna, è sicuramente diretto a me come a chiunque altro. Qualunque cosa si possa pensare della scelta dell'elettorato britannico di rifiutare l'appartenenza all'unione europea, e del pubblico americano di scegliere Donald Trump come nuovo presidente, non c'è dubbio nella testa degli opinionisti che questo sia stato un grido di rabbia da parte della gente che si è sentita abbandonata dai propri leader.

di Rickard

C’è una lezione molto importante da apprendere, dalla recente elezione di Donald Trump allo scranno presidenziale statunitense. Una lezione che prescinde dal cosa farà o non farà, dalle reazioni che il “sistema” avrà nei confronti di questo personaggio, ecc.

La lezione, espressa in sintesi, è questa: ce l’ha fatta.

“Grazie tante”, direte voi. "Bella ovvietà", penserete. Eppure, ripetiamolo, e lasciamo attecchire il senso profondo di questa affermazione: ce l’ha fatta.

Un uomo solo, con letteralmente tutti i media, personalità politiche e dello spettacolo, e in generale ogni particella del sistema contro, ha giocato la sua partita, e l’ha vinta. La cosa più importante è proprio questa, prima ancora del come abbia fatto, o del perché. Il punto è che è stato possibile.

Ma allora cosa? I media e la propaganda non hanno più potere? Certo che no. La propaganda, esplicata dai media e dal potere, è un potente mezzo di manipolazione delle masse, ma stavolta non è stato sufficiente. Certamente, il momento storico ha reso possibile tale risultato (8 anni fa un Trump non avrebbe mai vinto), ma resta l’aspetto apparentemente “impossibile” di un uomo che, con tutto il sistema dichiaratamente contro, è riuscito a vincere. [...]

Ormai sono diventate immagini familiari: case distrutte, gente che piange, interi borghi cancellati dalla mappa del territorio.

Ma quello che sta diventando evidente soltanto adesso, dopo due mesi di uno sciame sismico che non accenna a terminare, è la paura profonda di coloro che vengono ritrovarsi improvvisamente senza un futuro.

Alla morte dei propri cari si riesce sempre a dare un senso, alla perdita del proprio futuro no.

Le immagini più devastanti di questi ultimi giorni, infatti, non sono quelle delle chiese sventrate e dei campanili abbattuti, ma sono le immagini delle persone che si aggirano con lo sguardo vuoto per le strade del proprio paese, senza più sapere dove andare.

Non è certo un caso, infatti, che molti di costoro si stiano testardamente rifiutando di abbandonare il proprio territorio, nonostante l'inverno in arrivo renda impossibile pensare di rimanere a dormire sotto le tende oppure nelle proprie automobili.

Queste persone non vogliono abbandonare il proprio paese non tanto perché temano gli sciacallaggi, ma perché in realtà nel momento in cui si allontanassero dal proprio territorio si ritroverebbero ad aver perso il senso della loro esistenza.

Schopenauer definiva pazzo colui che ha perso la memoria. Nel caso dei terremotati, la situazione è molto simile: nel momento in cui viene cancellata la tua casa viene cancellata anche la tua identità. Non sei più nessuno, perché tu eri ciò che eri soltanto se inserito nel tessuto sociale in cui vivevi.

Mi è capitata fra le mani una foto dei cosiddetti "italiani eccellenti" portati da Matteo Renzi la scorsa settimana alla Casa Bianca. Costoro, secondo la scelta del nostro primo ministro, dovrebbero rappresentare il meglio dell'Italia.

Roberto Benigni: un traditore del cinema a doppia mandata. Prima volta traditore, perché ha rubato l'idea di "La vita è bella" ad un suo collega, il regista rumeno Radu Mihaileanu. Mihaileanu aveva mandato a Benigni la sceneggiatura del suo film, "Train de vie", chiedendogli di fare il protagonista. Benigni finse di non essere interessato, solo per correre di nascosto a scrivere il suo film, "La vita è bella", con il quale avrebbe vinto l'Oscar. Le trame dei due film sono diverse, ma l'idea di ambientare un film comico sullo sfondo dell'Olocausto è identica. Seconda volta traditore, perchè mentre il film di Mihaileanu finisce - giustamente - con il protagonista dietro al filo spinato di Auschwitz, quello di Benigni finisce in modo antistorico, con un happy end del tutto improbabile che strizza l'occhio ai poteri forti di Hollywood: quando mai un ragazzino esce vivo da una Auschwitz liberata dagli americani, solo per incontrare la sua mamma che lo aspetta sorridente sotto un albero? Nemmeno negli spot del Mulino Bianco succedono queste cose. Ma, lo sappiamo tutti, pur di vincere un Oscar c'è anche chi è disposto a stravolgere il senso della Storia.

Beatrice Vio. Lo sport paraolimpico è una triste invenzione dei tempi del politically correct: da una parte il mondo delle persone normali, che si ripuliscono dai sensi di colpa verso gli handicappati inventando delle Olimpiadi fatte su misura per loro. [...]

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