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 Gli americani proprio non riescono a rinunciare al loro sogno imperialistico. Evidentemente ce l'hanno nel DNA.

E' ancora fresca la sconfitta della loro adorata ISIS da parte dei russi, che già gli omini verdi del Pentagono si stanno ingegnando per creare un'altra forza militare che possa destabilizzare la Siria.

La nuova genialata di Washington si chiama BSF, che significa Border Security Force (forza di sicurezza di confine), che sta venendo impiantata nel nord della Siria, vicino al confine con la Turchia.

Questa forza è composta in buona parte dagli ex-combattenti della Syrian Democratic Forces (SDF), i militanti curdi già sostenuti apertamente da Washington, ai quali andranno ad aggiungersi altre unità di non chiara origine (probabilmente guerriglieri riciclati dall'ISIS e mercenari della peggior risma, come al solito).

E' in corso ormai da giorni una martellante campagna mediatica che mira a far passare l'Iran come una nazione dalla pesante dittatura repressiva e totalitaria. Il governo iraniano invece accusa "alcuni paesi stranieri" di sobillare dall'interno le rivolte, per cercare di destabilizzare ed eventualmente rovesciare l'attuale regime iraniano. La musica la conosciamo, la sceneggiatura delle "primavere arabe" ormai assomiglia talmente a se stessa da non meritare nemmeno più di essere commentata.


Questi estratti dal documentario di Fulvio Grimaldi "Target-Iran" spiegano molto bene i veri motivi per cui questa nazione rappresenti un ostacolo enorme per gli Stati Uniti e i loro alleati, nel controllo di una zona geostrategica di fondamentale importanza come è appunto l'Iran.

Matteo Renzi non sa perdere. Abbandonato a destra e a manca dai suoi compagni di merende, in previsione di una sconfitta elettorale catastrofica, e con la ferita del referendum perduto che ancora gli brucia, il buon Renzi ha pensato bene di rivolgersi alle logge di oltreoceano per farsi dare una mano. E così gli arriva in soccorso Joe Biden, che si sveglia un bel mattino e dichiara che la Russia "ha interferito nel processo politico del referendum italiano", e che continua a farlo "aiutando i partiti populisti come Lega e 5 Stelle".

I bravi servi del potere italiani raccolgono il messaggio, e lo rilanciano sulle pagine dei loro giornali.

Da La Stampa di oggi leggiamo: "Mosca ha interferito con il referendum costituzionale italiano del 2016, sta interferendo con la campagna per le prossime elezioni, e gli Usa hanno le prove. Lo conferma a «La Stampa» Michael Carpenter, già vice assistente segretario alla Difesa per Russia, Ucraina, Eurasia e Balcani, direttore per la Russia al Consiglio per la Sicurezza Nazionale della Casa Bianca, e coautore col vice presidente Biden dell’articolo su «Foreign Affairs» che denuncia questa offensiva del Cremlino."

La Nato ci chiede di rinforzare i ponti e le strade, per permettere il passaggio di carri armati e mezzi pesanti in caso di una guerra contro la Russia.

Già due settimane fa la portavoce della Nato, Oana Lungescu, aveva dichiarato che la Nato intende creare due nuove centrali di comando in Europa, perché "la capacità di dispiegare velocemente le forze dell'alleanza è importante per la difesa collettiva della Nato".

Ieri è stato lo stesso segretario della Nato Stoltemberg, nell'incontro con i ministri della difesa alleati, a chiarire meglio questo concetto: "Una centrale di comando - ha dichiarato - riguarderà l'Atlantico, e servirà a rinforzare le nostre capacità di proteggere le vie del mare, che sono di fondamentale importanza per l'alleanza transatlantica. Dobbiamo essere in grado di spostare eserciti e truppe attraverso l'Atlantico, dal Nord America verso l'Europa. Ci sarà poi una seconda centrale di comando, responsabile degli spostamenti delle truppe all'interno dell'Europa, cosa che è ovviamente altrettanto importante".

Sembra proprio che non ci sia modo di uscire dal sistema Europa. Non c'è riuscita la Grecia, che è stata ricattata con la chiusura delle banche pur di evitare che prendesse la propria strada.

Sta faticando molto a farlo la Gran Bretagna, nonostante non fosse legata dall'euro già in partenza.

E stiamo assistendo in questi giorni alla tragicommedia della "indipendenza catalana", che ormai rischia di arrivare a sfiorare il ridicolo.

In America c'è un'espressione comune, che dice: "Non prendere degli ostaggi, se poi non sei disposto ad ammazzarli".

Ed è proprio l'errore che sembra aver commesso Puidgemont.  È partito in quarta con il referendum, facendo intendere che la valanga secessionista non sarebbe stata fermata da nessuno, e poi lentamente ha dovuto fare marcia indietro: prima esitando in modo imbarazzante sulla dichiarazione di indipendenza, e poi, ora che finalmente l'ha fatta, contemplando addirittura di chiedere l'asilo politico in Belgio.

di Massimo Fini

Nel lontano 1991 sul
New York Times il giornalista americano William Safire scriveva: “Svendere i curdi…è una specialità del Dipartimento di Stato americano”. Sono passati quasi trent’anni e nulla è cambiato anche se oggi “svendere” i curdi non è più solo una specialità degli Stati Uniti ma anche di molte altre potenze regionali.

I curdi con i famosi peshmerga, grandi guerrieri, sono stati determinanti per la sconfitta del Califfato non solo a Mosul e a Raqqa, dove erano direttamente interessati perché si trovano in un territorio che si chiama Kurdistan, ma anche a Sirte in Libia. Ma, come avevo avvertito in vari articoli del Fatto, non solo non raccoglieranno i frutti della loro vittoria ma verranno penalizzati. E’ appena caduta Raqqa che già ce ne sono le prime avvisaglie. L’altro giorno a Kirkuk dieci peshmerga sono stati decapitati, probabilmente dalle forze della Turchia che ha sempre combattuto in modo sanguinario l’indipendentismo curdo. In un bel reportage Adriano Sofri, che è sul posto, riferisce che truppe appoggiate dagli americani e alla cui guida c’è il comandante dei pasdaran iraniani si sono impadronite di Kirkuk, importante città petrolifera che fa parte della regione autonoma curda in Iraq. Insomma la regione autonoma curda viene riportata ai confini del 2003 quando in Iraq regnava ancora Saddam Hussein.

Riyad sta per diventare l’ago della bilancia del destino del dollaro e in generale del riequilibrio delle potenze su scala globale. Se la recente visita di Re Salman a Mosca ha messo in discussione la supremazia diplomatica americana nel Golfo, ora è il petrolio di Riyad a minacciare Washington.

Lo yuan cinese sostituirà i petroldollari

Secondo Carl Weinberg economista e direttore dell’High Frequency Economics (istituto di ricerca e statistiche economiche mondiali) il dollaro sarà presto sostituito nelle transazioni dell’oro nero. “Credo che lo yuan cinese diverrà presto principale strumento di pagamento del greggio, almeno appena i sauditi lo accetteranno, o i cinesi li costringeranno. In seguito tutto il resto del mercato petrolifero si muoverà con loro”.

Secondo l’autorevole economista è dunque solo questione di tempo per la capitolazione finale della moneta stampata dalla Federal Reserve. Il monopolio del dollaro nel mercato dell’oro nero venne inaugurato nel 1974 in seguito ad un accordo tra Richard Nixon e il Re Faisal, rispettivi massimi esponenti politici di Stati Uniti e Arabia Saudita. Da quel momento Riyad si è impegnata con Washington a quotare il petrolio solamente nella moneta corrente americana. Una scelta rispettata fino ai nostri giorni, tanto da arrivare a coniare il neologismo “petroldollari”.

Dalla Casa Bianca Donald Trump ha lanciato il seguente appello: "Il mondo si unisca agli Usa per fermare Teheran". Il riferimento è all'accordo sul nucleare iraniano, firmato da Obama durante il suo mandato, che Trump vorrebbe stracciare perchè lo ritiene "un pessimo accordo". Naturalmente, Trump non ha mancato di infiorare il suo discorso con frasi ad effetto, dicendo che "il suo nuovo approccio mira a contrastare l'effetto destabilizzante dell'Iran nella regione, ed in particolare al suo supporto per il terrorismno e i suoi militanti".

Questo, detto dal capo della nazione che più di ogni altra passa il suo tempo a destabilizzare il resto del mondo, non è male.

Ma il vero problema è che in questo caso si tratta di uno strappo palesemente unilaterale. Infatti, sia la Mogherini (a nome dell'Europa), sia il portavoce della Agenzia Internazionale per l'Energia Atomica, hanno appena confermato che l'Iran sta rispettando rigorosamente i termini dell'accordo.

All'alba del 16º anniversario dell'invasione dell'Afghanistan da parte degli Stati Uniti, Russia Today ha intervistato lo storico e giornalista americano Gareth Porter, chiedendogli quali possano essere il futuro e la finalità ultima della presenza americana in Afghanistan.

RT: Quanto diversa è oggi la situazione dei militari americani in Afghanistan, rispetto al vistoso incremento di truppe spedite da Obama alcuni anni fa? Sembra quasi che gli Stati Uniti non siano in grado di imparare dai propri errori.

GP: Chiaramente non riescono a imparare niente dal proprio passato. Ma vorrei spingermi oltre, dicendo che è il sistema stesso che produce la nostra politica estera e la nostra sicurezza nazionale ad essere impostato in modo da non imparare nulla dal passato. Non è affatto nell'interesse di queste istituzioni di imparare dai propri errori, poiché se questi sistemi burocratici imparassero davvero dal passato, finirebbero sostanzialmente per diventare disoccupati. Questo avverrebbe perché noi ci renderemmo conto che le loro strategie in politica estera sono talmente ridicole da non essere veramente utili agli Stati Uniti e ai loro interessi.

I giornalisti italiani ormai sono senza vergogna. Sentite questo articolo de "La Stampa", intitolato : "Mosca ha fatto operazioni di disinformazione anche in Catalogna".

Mamma mia, a leggere il titolo ti vengono i brividi. Che cosa avranno fatto mai i russi cattivi, questa volta? Si saranno infiltrati fra le fila dei nazionalisti, dicendo loro che se votavano "no" sarebbero stati espulsi dalla regione catalana? Oppure si sono infiltrati fra quelle dei secessionisti, dicendo loro che avrebbero avuto la nazionalità russa se avessero votato "sì"?

Nulla di tutto questo, a quanto pare: il peccato più grave commesso da Sputnik News e di RT, secondo la ricerca di DFRLab citata dall'articolo, sarebbe stato quello di distorcere il significato di una frase di Juncker: il presidente della UE ha detto "rispetteremo l'opinione dei catalani", mentre i russi maledetti hanno tradotto "rispetteremo la scelta dei catalani".

di Attilio Folliero

Il 15 settembre 2017 Venezuela ha cominciato a segnalare il prezzo di vendita del proprio petrolio in Yuan cinese, la cui sigla internazionale è CNY. Il Ministero dell’Energia e Petrolio del Venezuela nella sua pagina web ha riportato il prezzo medio di vendita settimanale del proprio petrolio in 306,26 Yuan, in aumento rispetto alla settimana scorsa quando era stato in media 300,91 Yuan.

Prezzi del petrolio nella pagina web del Ministero dell'Energia e Petrolio del Venezuela

Per la prima volta nella sua storia il prezzo del petrolio venezuelano non è più indicato in dollari. Nella stessa pagina web, però si riporta anche il cambio Dollaro/Yuan. Per un dollaro la settimana scorsa (all’8 settembre) occorrevano 6,52 yuan, alla data odierna per un dollaro occorrono 6,55 yuan.

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