Nei giorni scorsi Claudio Messora ha denunciato il grave problema dell'inquinamento dovuto ai roghi dei depositi illegali di rifiuti tossici.

Quello dell'inquinamento del territorio italiano è un problema di fondamentale importanza, sul quale è necessario al più presto accendere i riflettori del mainstream.

La fotografa Silvia Tenenti ha viaggiato attraverso l'Italia, raccogliendo le testimonianze di alcune delle persone che vivono nelle zone più inquinate del paese (fra cui la zona di Taranto, di Casale Monferrato, e quella del vicentino), le cui patologie sono collegate al forte inquinamento ambientale.

 Le Terre dei Fuochi - di Silvia Tenenti - CHIEDI ALLE VITTIME

Chiedi a loro e ti risponderanno che siamo tutti coinvolti. Non solo gli avvelenatori noti e quelli che smaltiscono i rifiuti tossici. Anche chi tace, chi si volta per non vedere, chi teme di perdere il lavoro, chi non è sicuro, chi si vergogna della propria malattia è complice. E lo ammette. Siamo abituati a vedere sui giornali e alla televisione le immagini dei siti compromessi dall'inquinamento. In questo lavoro i soggetti sono le persone colpite dai danni delle attività inquinanti che in alcuni casi perdurano da decenni.

Il tema particolarmente difficile e complesso, non si limita solo alla Campania, zona inquinata di cui l'opinione pubblica è ampiamente al corrente, ma alla drammatica situazione presente in molte regioni italiane, meno nota ma altrettanto grave. I ritratti sono stati scattati da Nord a Sud nei punti nevralgici di questa realtà, seguendo le indicazioni di medici, avvocati, scienziati e comitati di cittadini. Alcune comunità sono pienamente consapevoli della pericolosità della situazione in cui si trovano a vivere e della necessità di una lotta, ma sono anche vittime reticenti per pudore o per paura. Non ultima quella di perdere il lavoro. Dimostrare il legame di causa effetto tra l'inquinamento e una malattia è molto complesso, molte patologie sono considerate multifattoriali e si continua a dibatterne in studi scientifici e nelle aule giudiziarie.

Le testimonianze raccolte sono storie di persone che vivono in ambienti dove è pressoché assente l'innovazione che potrebbe essere apportata dalle nuove tecnologie a tutela del lavoro e della salute, così come i controlli da parte delle strutture aziendali o statali che pure esistono sulla carta. Il rispetto di queste condizioni consentirebbe a molte persone di non ammalarsi o morire. Le alternative esisitono. Gli effetti testimoniati coinvolgono in maniera trasversale le azioni svolte nella quotidianità di chiunque: la produzione di manufatti, cibo e combustibili può essere dannosa e criminale come anche la sua parte più oscura, ovvero l'aspetto relativo allo smaltimento. Ognuno è coinvolto ma spesso ne sono consapevoli solo gli abitanti di quelle zone.

Questo progetto riporta lo stato di tutela del diritto alla salute riscontrato tra le aree più inquinate d'Italia. Realizzato grazie alla consulenza e supervisione di epidemiologi, avvocati e comitati di cittadini. E' stato presentato per la prima volta al Festival dei Diritti Umani, manifestazione che si è svolta a Milano nella sede della Triennale a marzo 2018.

Albina Alghisi, Montichiari, Brescia - Ho un marito, una figlia e un cane. In questa foto, non si capisce subito che sono una donna. Mi chiamo Albina Alghisi e abito a Montichiari, in provincia di Brescia. Da undici anni soffro di disturbi provocati dall’aria inquinata. Una patologia che i medici chiamano Sensibilità chimica multipla (Mcs). Mi nutro di cibi biologici, ma solo di tre tipi, e non mangio abbastanza. Ho ricoperto con teli di plastica tutti i mobili della mia casa, letto, comodini, divani, tavoli, sedie, per evitare che durante il giorno vi si depositino sopra polveri sottili. Stiro all’aria aperta, in giardino, con la maschera. Quando Silvia, la fotografa, mi ha telefonato le avevo detto che avrebbe dovuto indossare una tuta. Mi è parsa spaventata e allora mi sono limitata a ricoprire il pavimento con un telo di plastica. Da tempo mi batto per far riconoscere questa malattia dal ministero della Salute, perché chi ne è affetto, e sono tanti in questa zona, benefici di un’assistenza medica adeguata. Tutto inutile. Per curarmi, devo affrontare tutte le spese di tasca mia. Le medicine sono molto costose. Per procurarmele, spesso devo andare all’estero.

Dabrazzi Luigina, Quinzano D’Olio, Brescia - Mi chiamo Luigina Dabrazzi, ho un bar a Quinzano d’Olio, dalle parti di Brescia, mi piace giocare a carte con le mie amiche. Porto la maschera perché soffro di Sensibilità chimica multipla (Mcs), una patologia che rende impossibile tollerare un ambiente in cui siano presenti sostanze tossiche. C’è uno stabilimento vicino al mio bar da cui vanno e vengono camion che trasportano recipienti da cui emanano sgradevoli odori. Nessuno sa che cosa contengano. Io e mia figlia Barbara abbiamo cercato di saperne di più, ma abbiamo sbattuto contro un muro di omertà. Molte altre persone che vivono nella zona manifestano i miei stessi sintomi, ma non vogliono parlarne. Non so di chi o di che cosa abbiano paura. Mi sembrano rassegnati. Temo di fare la loro stessa fine. Rassegnarmi. Quando ho un po’ di tempo, prendo la macchina e vado a fare un giro in campagna per ossigenarmi i polmoni. Tiro giù i finestrini, anche d’inverno, mi tolgo la maschera e riprendo a respirare. Se non lo facessi, mi sarei scordata già da tempo il profumo dell’aria.


Erica e Chiara Zigiotto, Vicenza - Mi chiamo Chiara, ho sedici anni e da otto, la metà della mia vita, prendo una pastiglia che sarò costretta ad assumere per tutto il tempo che mi resta da vivere. Come mia madre, sono affetta da ipotiroidismo. La più alta percentuale italiana di chi soffre di questa malattia vive proprio in provincia di Vicenza. Ho deciso di sottopormi alla Plasmaferesi, una cura che ha lo scopo di ripulire il sangue dalle sostanze tossiche che si riversano nella falda acquifera del sottosuolo. Mia madre, nascosta dietro di me nella foto, è una mamma “no pfas”, che ha preteso insieme a molte altre madri degli esami che purtroppo hanno dato esiti positivi. Il nostro sangue è avvelenato.

Il colesterolo nel sangue degli abitanti della zona ha valori altissimi. Il merito della scoperta va alle mamme «no-pfas». Sono state loro a denunciare l’inquinamento, a imporsi all’attenzione dei media, a ottenere dalla Regione Veneto gli accertamenti per appurare la presenza delle sostanze tossiche nel sangue. Esami che purtroppo hanno dato esiti positivi. Senza questa questa mobilitazione, le istituzioni pubbliche e le aziende private non avrebbero fatto nulla.


Fabio e Marco Gemmo, Lonigo (Vicenza) -
Mi chiamo Fabio, lui è mio fratello Marco, siamo figli di un allevatore di polli e di una madre molto apprensiva. C’è da capirla, nostra madre. I livelli di pfas presenti nel nostro sangue sono elevatissimi. A me, che nella foto sono quello di sinistra, va forse un po’ meglio e i miei valori sono meno preoccupanti perché ho scelto un’alimentazione vegetariana.

Kimberly Scudera, Gela (Caltanisetta) - Ho 22 anni, le mie gambe sono insensibili, come morte, senza tutore non riuscirei a reggermi in piedi. Però sono campionessa di tiro con l’arco. Tutti i giorni mi alleno per tre ore nel palazzetto dello sport di Gela. Ora partecipo a competizioni mondiali. Mia madre mi accompagna agli allenamenti, mi prepara l’arco, sistema il bersaglio nel punto giusto, mi passa le frecce. All’inizio era sconvolta per la mia malattia, poi il dottore le ha detto di comportarsi con me in maniera normale. Vorrei studiare psicologia ma non posso trasferirmi perché non sono autosufficiente. Il genetista ha confermato che la mia patologia è dovuta ad inquinamento e dopo il mio caso hanno cominciato a prenderne in considerazione altri. Nonostante varie perizie mediche abbiano attribuito la mia disabilità ai fumi tossici né io né altri nelle mie stesse condizioni siamo mai stati risarciti.

Qualche anno fa, il proprietario di un salone di automobili è riuscito a farsi risarcire perché le polveri inquinanti avevano corroso le carrozzerie. I bambini nati con malformazioni invece non hanno mai ricevuto indennizzi né rimborsi per le spese mediche.


Francesco Romano, Gela (Caltanisetta) - Il nome scientifico della mia malformazione è sindatillia, cioè le mie dita non sono staccate l’una dall’altra. Ho quel che si dice la mano a cucchiaio. Il pollice e l’indice sono tutt’uno. Il mignolo e l’anulare sono fusi insieme. Mi manca il medio. Per migliorare la presa mi hanno consigliato di eliminare l’anulare. Così potrò usare la mano come fosse una pinza. Il palmo è più piccolo del normale. Avevo nove mesi quando mi fecero il primo intervento, a Legnano. Un altro a un anno e mezzo. Per ottenere la patente devo affrontare un iter burocratico molto complesso. Potrò guidare soltanto auto con il volante modificato ma, in caso di incidente, l’assicurazione ne risponderà solo se le modifiche corrispondono a quelle riconosciute dalla polizza.


Chiara e Andrea Friolo, Taranto - Due anni fa abbiamo perso la nostra bambina, Ambra. Aveva quattro anni, si era ammalata di leucemia linfoblastica acuta. La prima domanda che ci hanno fatto i medici dell’ospedale, non appena l’abbiamo ricoverata è stata: abitate nel quartiere Tamburi, vero? (Quello infettato dall’Ilva, ndr). Ambra era straordinaria. Anche se stava male diceva di stare bene. Era molto creativa, faceva tantissime cose. Era sempre in movimento. La camera di Ambra l’abbiamo lasciata tale e quale dal giorno in cui lei se ne è andata.


Aurora e Sara Russo, Taranto - Gemelle, entrambe autistiche. Diversi studi confermano che gli agenti inquinanti incidono sulle malattie neurodegenerative quali autismo e Parkinson. A Taranto sta emergendo con forza la questione dell'autismo. L’oncologa Patrizia Gentilini ha spiegato come diversi studi confermino che le sostanze inquinanti gravano sul quoziente intellettivo. Non solo. Si è notato un incremento di iperattività, ansia, depressione e disturbi del neuro-sviluppo nei bambini che vivono nelle aree contaminate rispetto ai coetanei che abitano nelle aree meno inquinate Ho incontrato mamme del quartiere Tamburi, mi hanno detto che ogni giorno devono controllare da dove viene il vento per decidere se portare fuori i bambini o tenerli in casa con le finestre chiuse. A volte sono costretti a non uscire per giorni. Le autorità, per addolcire il fenomeno, usano un eufemismo camuffato dall’inglese: «wind day». Le mamme non si lasciano ingannare: «Dovrebbero chiamarlo il vento della morte».


Gabriella Casulli, Taranto - Fino a quattro anni stava benissimo, poi ha avuto 38 di febbre e al Pronto soccorso le hanno diagnosticato la leucemia. Era ad alto rischio e ha fatto chemioterapia per 15 mesi, poi altri otto per via orale. Nel reparto infantile dell’ospedale di Bari, mentre si sottoponeva a cure dolorose, il musico-terapeuta la distraeva con la colonna sonora del film Frozen, la principessa delle nevi. Quando è stata dimessa, le hanno regalato un cestino con un servizio da tè in porcellana. A Natale, Spiderman le ha regalato il capellino e la sciarpa di Frozen. Ora Gabriella sta bene, ma ogni mese deve tornare a Bari per prelievi e controlli. Taranto, è uno degli emblemi più macroscopici dell'impotenza dello Stato, della sua incapacità di garantire a tutti i suoi cittadini il diritto alla salute uguale per tutti. Finora solo il 10 per cento è stato bonificato. I soggetti più a rischio sono i bambini, colpiti da tumori e malattie respiratorie in percentuali maggiori che nel resto d'Italia.


Angelo Rebuzzi, Taranto - Mio figlio Alessandro è morto a 16 anni di fibrosi cistica. Ce l’aveva dalla nascita questa terribile malattia che colpisce tutti gli organi, in particolare i polmoni. Gli avevano consigliato di lasciare Taranto, se voleva continuare a vivere. Lui diceva che non toccava a lui andarsene dalla sua città, ma all’Ilva. Alessandro mi ha lasciato in consegna la sua battaglia contro ogni forma di inquinamento. Non sono forte come lui, lo sconforto mi ha assalito più volte. Ero arrivato al punto di prendere nove flaconi di Lexotan al giorno. Per sette volte ho tentato di suicidarmi. Sono stato ricoverato alla clinica psichiatrica di Lecce. Ora prendo pillole antidepressive e seguo terapie alternative. Tutti i giorni passo dalla cappella del cimitero dov’è sepolto mio figlio, dove ci sono gli oggetti che gli erano cari e le sue foto. Nella foto, Angelo Rebuzzi con una macchinina di Alessandro, uno dei tanti giocattoli custoditi nella cappella dov’è sepolto il figlio.

Vincenzo Fornaro, Taranto - E’ divenuto consigliere comunale dopo aver affrontato in maniera coraggiosa quello che l’inquinamento gli aveva procurato: appartiene ad una famiglia di allevatori di capre e pecore da generazioni, ma nel 2008 l’ASL lo ha costretto ad abbattere tutto il bestiame perchè contaminato con valori di diossina 30/40 volte superiori alla legge. Non sapeva cosa fare, non voleva andarsene e ha riconvertito la sua masseria in un maneggio che è diventato un centro culturale simbolo della lotta all’inquinamento, ma soprattutto ha riconvertito la sua attività: ora coltiva canapa. Questa pianta che ha mille utilizzi ha la proprietà fantastica di bonificare la terra.



Don Palmiro Prisutto, Augusta (Siracusa) - Sono prete militante, amato dalla gente ma poco dalla Chiesa. I miei concittadini di Augusta preferiscono morire di cancro anziché di fame. Le istituzioni sono indifferenti. Le persone ormai non sentono più gli odori. Chi smaltisce gioca d’astuzia: scarica quando il clima gli è propizio oppure lascia aperti i bocchettoni delle autobotti per disperdere polveri e liquami lungo il tragitto. La discarica è spesso il mare. Da qualche anno tengo il registro di tutti i miei concittadini morti di tumore. È una strage lenta e costante. Nei poli petrolchimici come Gela, Augusta o Taranto gli schemi di comportamento da parte delle istituzioni sono simili: scarsa assistenza ai malati e decentramento degli ospedali in cittadine dal clima più salubre. Per evitare la possibilità di monitorare le malattie e le cause di morte. Le aziende a loro volta mettono in atto sistemi di repressione intimidatori: i dipendenti che cercano di far comprendere la pericolosità della situazione ai loro compagni di lavoro vengono isolati o addirittura spostati in reparti dove la salute è ancora più a rischio.

Il polo petrolchimico di Augusta, che con le sue 220 canne fumarie si estende per 20 km lungo la costa, è stato costruito in una zona altamente sismica. L’area attorno ad Augusta, da decenni contaminata, è la causa principale dell’inquinamento da mercurio del Mediterraneo e di avvelenamento dei pesci. Lo Stato, che attraverso Augusta si assicura un introito annuo di circa 18 miliardi, è sordo alle richieste di bonifica dell’area avanzate dai cittadini. E i finanziamenti stanziati non sono mai stati utilizzati. Don Palmiro, che è venuto a prendermi all’aeroporto con la sua macchina scassata, è molto attivo e amato dalla sua comunità, anche se non da tutti. Mentre è una spina nel fianco per la gerarchia ecclesiastica.


Mina Iazzetta, Aversa - Il modo brusco in cui i medici mi hanno diagnosticato il tumore al seno mi ha dato la forza di reagire. Soprattutto per i miei figli. Non volevo che soffrissero vedendomi senza capelli, magra e indebolita. Quindi ho cominciato a lottare. È così che Mina è diventata portatrice di un messaggio di forza per quei malati che di solito si ripiegano su se stessi e non oppongono resistenza al male. Continuando la sua vita come prima e battendosi per la prevenzione, è diventata una paladina della riscossa. È stata operata, ma anche così si piace molto. Ha subito la mastectomia, ha deciso di non farsi ricostruire il seno asportato. Si è accettata. Dice la leggenda che le amazzoni avessero un solo seno. Mina sta molto attenta a quel che mangia. «Rimasi scioccata quando in ospedale, dopo la prima seduta di chemio, mi servirono salsiccia e patatine fritte».


Marilena Natale, Aversa (Caserta) -
Giornalista, Marina Natale è la portavoce di chi denuncia i criminali che sversano nell’ambiente sostanze tossiche o inquinanti. Ha adottato Aurora, che ha 11 anni ed è malata di medulloblastoma cerebrale al quarto stadio. Ha un blog per chi vuol denunciare atti illegali, ma ha dovuto chiuderlo per eccesso di denunce. «Sul blog erano anonime, in questura devono metterci la faccia, hanno tutti paura». Vive con la scorta dopo che l’hanno minacciata. «Al San Paolo però ci vado senza angeli custodi, perché per il Napoli posso pure mori’». Vive con sua madre in una casa blindata, protetta da diverse telecamere. A una parete ha appeso un manifesto con i ritratti delle persone che la vogliono morta. Mentre ero con lei, vicino alla buca dove hanno trovato i rifiuti segnalati da Carmine Schiavone (il camorrista diventato collaboratore di giustizia, ndr), è passato un camion che ha fatto una rapida inversione a U e se n’è andato da dove era venuto. Lo guidava una donna. Probabilmente non aveva la coscienza pulita e neanche il carico doveva essere tanto pulito. Ci trovavamo nella zona dove, su indicazione di Schiavone, sono state ritrovate sacche di sangue e lastre di radiografie provenienti dai vicini ospedali. Marilena chiama questa località «le verdi colline della munnezza». Mi racconta che rubare l’acqua alla rete idrica pubblica fa parte della «cultura» locale perché è un furto e uno sfregio allo Stato «oppressore». Con la stessa «filosofia» si eludono le tasse, non si pagano il bollo dell’auto, le bollette e tutto ciò che è identificabile con il finanziamento del bene pubblico. Chi non lo fa, è un fesso.

Padre Maurizio Patricello, Caivano - Lo Stato non protegge le persone che denunciano i criminali che interrano rifiuti tossici, i quali se la cavano con pene lievi, per esempio con pochi mesi di lavoro per sistemare un giardinetto pubblico, finiti i quali se ne tornano alla malavita di prima. Chi li ha denunciati, invece, rischia la vita. Così nessuno osa mettersi contro questi delinquenti e la situazione peggiora di giorno in giorno Ha un’espressione terribilmente amara sul viso. Da anni si batte per far sapere perché sono tanti, nella cosiddetta terra dei fuochi, bambini che muoiono di cancro. Le sue sono parole senza speranza. Padre Maurizio non crede al cambiamento. Gli ho chiesto se potevo scattargli una foto sul retro della chiesa. Ha rifiutato. Mi ha detto che poteva essere pericoloso. La risposta mi ha scioccata. Padre Maurizio si batte perché i suoi parrocchiani possano vivere meglio, ma non può fidarsi di loro. Perdere la fiducia nei propri fedeli è peggio che perdere la fede in Dio, secondo me. A due passi dal quartiere verde di Caivano, uno dei più pericolosi d’Italia, c’è una base della Nato. Ad Augusta c’è la Nato. A Taranto c’è la Nato.



Giovanni Cappa, Casale Monferrato - Nel 2013 mi hanno diagnosticato un mesiotelioma, tumore che colpisce solo chi viene a contatto con l’amianto. Non ho mai lavorato all’Eternit ma sono nato e cresciuto a Casale, dove era consuetudine usare lo scarto della lavorazione di amianto, il polverino, per compattare il terreno. Specialmente nei cortili dove giocavano i bambini. Mi sono sottoposto a una cura sperimentale che mi procura dermatiti molto fastidiose e dolorose ai palmi delle mani e alla piante dei piedi. Tutti i giorni vado alla Camera del Lavoro, il fulcro della città dove si ritrovano sia i lavoratori che gli ex dell’Eternit, sia i cittadini che hanno a cuore i problemi della città. È un luogo di solidarietà sociale e conforto morale, oltre che di consulenza legale per proseguire la battaglia».

Quella di Casale Monferrato è una storia di rivincita e di attivismo civile molto speciale. La bonifica dello stabilimento Eternit si è conclusa nel 2006. A tutt’oggi sono stati bonificati dal polverino circa il 90% dei siti noti e circa il 60% dei tetti in Eternit. Qui la Sanità è all'avanguardia. Lo si constata anche nel confronto con Broni, nell’Oltrepò Pavese, dove si trova l’ex sede della Fibronit. Anche qui si produceva amianto, ma non c'è stata una coesione sociale e una volontà di lotta paragonabile a quella di Casale Monferrato. E forse è anche per questo che le bonifiche dei terreni sono ferme all’1%.


Pietro Condello, Casale Monferrato - Alla Eternit il più pericoloso era l’amianto blu, la crocidolite che arrivava dalla Russia in sacchi. Quando li aprivo, la respiravo a pieni polmoni. Lavoravamo in ambienti intrisi di polvere d’amianto. Nel mio reparto eravamo una trentina, io sono malato di asbestosi, gli altri sono tutti morti. Alla stazione ferroviaria caricavo i camion trasportando i sacchi a spalla. I cassoni dei camion non avevano copertura e così traversando la città si lasciavano dietro una scia di polvere mortale. In un centimetro quadrato di amianto ci sono circa 2.000 fibre. Invisibili e leggerissime, le fibre restano sospese nell’aria anche otto ore prima di depositarsi. Ma quando entrano nei polmoni e li uncinano, non mollano più la presa. Però una volta l’anno, quando veniva a farci visita lo svizzero, dovevamo ripulire tutto con le scope. Ho partecipato a tutte le lotte, ma non vado in ospedale a trovare i miei compagni, non ne ho il coraggio, non so il perché ma è così».

«Lo svizzero», chiamato così per meritato disprezzo acquisito sul campo, è il magnate svizzero dell’amianto Stephan Ernest Schmidheiny (Heerbrugg, 29 ottobre 1947). Condannato a 18 anni di carcere dalla Corte d'Appello di Torino per il disastro ambientale provocato dall’amianto negli stabilimenti Eternit, Schmidheiny è stato prosciolto in via definitiva per intervenuta prescrizione del reato. È rimasto unico imputato nel processo Eternit-bis per l'ipotesi di omicidio volontario di 258 persone.


Annamaria Avonto, Casale Monferrato - Applicavamo i fogli di amianto bagnati attorno a strutture di ferro che servivano da modelli e avevano la forma degli oggetti da produrre. Faceva freddo, nei capannoni entrava la pioggia. L’aria era piena di amianto che ci imbiancava capelli e ciglia. Le nostre tute e i grembiuli puzzavano di cemento. Lavoravo a cottimo, dalle 5 di mattina alle 13. Ci facevano bere il latte perché dicevano che così non ci saremmo ammalati. Ogni tanto ci facevano fare delle radiografie. Dentro la fabbrica c’erano ventilatori che aspiravano la polvere e la soffiavano verso Casale. Ho ricordi nitidi, ma nessuno è felice. Nessuno.

Annamaria è tra le poche sopravvissute nonostante abbia lavorato per trent’anni alla Eternit, nella sezione pezzi speciali. Producevano camini, lastre, raccordi, sifoni per bagni, vasche, fioriere, clessidre. Tutto fatto a mano e senza precauzioni.


Gianluca Margonaro, Casale Monferrato - La mia unica colpa è quella di abitare a Casale Monferrato. Il mio cancro si chiama mesiotelioma. In montagna avevo il respiro affannoso, ma lì è normale. Poi mi è venuto l’affanno anche a far le scale di casa. Nel 2015 ho iniziato le terapie tradizionali. Poi per 15 mesi, fino al 2017, mi sono sottoposto a una cura innovativa in sinergia con la chemio. Per venti ore al giorno dovevo portare una specie di zaino con un dispositivo applicato al corpo che mandava continui impulsi che dovrebbero impedire il propagarsi della malattia.

Dal maggio del 2017, Margonaro sta provando una nuova cura che associa la chemio all’immunoterapia. Ha un assegno di invalidità, gli esami e tutte le cure sono pagate. «Lo svizzero» aveva proposto risarcimenti a tutti gli ammalati. A lui, un indennizzo di 30 mila euro. La maggior parte ha rifiutato il patto con il diavolo. E ha perso.

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