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UN CAPODANNO INDIMENTICABILE 1 Gennaio 2004 - Ieri sera da Sandra c’eravamo proprio tutti. C’era Antonio col suo bimbo appena nato. C’era Francesca che si è rasata i capelli a zero. C’era Jo-Jo col suo nuovo fidanzato canadese. C’era Carlo che è appena uscito dall’ospedale. C’era Mariella che una volta tanto era di buon umore pure lei. C’era Abrasir che domani parte per l’India. C’era Leopoldo che ha deciso di divorziare. E c’era Margherita che finalmente si sposa. E’ stata una serata davvero piacevole. Avevamo deciso di fare una cosa tranquilla, tutti in casa, perchè non ci sembrava proprio il caso di andare in giro a far baldoria, di questi tempi, e alla fine è venuta fuori questa cosa proprio carina. Quando mancava una decina di minuti alla mezzanotte, però, è successo qualcosa di strano: eravamo tutti fuori in terrazza, a cantare e ridere e girare in tondo.... ... quando ho avuto la netta sensazione che qualcuno mi chiamasse, da dentro, in casa. Ho fatto un rapido giro in salotto, in corridoio, in cucina, ma non sembrava ci fosse nessuno. Eppure, fra le eco della confusione che arrivava dal terrazzo, continuavo a sentire il mio nome. Ho fatto un altro giro completo, guardando bene anche in bagno e in camera da letto, ma niente. Invece di tornare subito fuori, però, ho voluto sedermi – non so perchè - sul bordo del letto, nella stanza buia. Saranno stati cinque secondi, non di più, ma giuro su mia madre che ho visto coi miei occhi, con certezza assoluta, un bambino rannicchiato in un cantuccio, fra il comò e la porta del bagno. Era scuro di pelle, con gli occhi grandi e scuri, ma non era un negro. Era una via di mezzo fra un Mapuche della Patagonia, un Creolo di Haiti, e un nativo di Ceylon. Aveva i capelli arruffati, lunghi e scuri, e portava addosso una specie di straccio legato alla vita in qualche modo. Mi ha guardato dritto negli occhi, brevemente, nel silenzio più profondo, ma in quello sguardo c’era di tutto: mi parlava di madri disperate che non sanno più cosa fare per metter in bocca qualcosa ai loro figli, mi parlava di padri che non ci sono più perchè li ha portati via la polizia del circondario, mi parlava di città luminose che lui può vedere soltanto da lontano, mio parlava di sorelle e fratelli con cui non può più giocare perchè hanno quella strana malattia, mi parlava di ore passate a contare i minuti, in attesa che arrivasse quell’unico litro d’acqua non contaminata da dividere fra tutti quelli del villaggio. Ma mi parlava, soprattutto, di un futuro che non c’è. Di un futuro completamente vuoto, senza nessuna possibilità, senza nessun sogno, senza nessun momento felice, nel quale lui al massimo potrà sperare di sopravvivere come un animale selvatico, per poi ritenersi veramente fortunato se ci sarà riuscito. A quel punto qualcuno ha acceso la luce, qualcun’altro ha detto “ma cosa ci fai qui, dài che mancano due minuti a mezzanotte!” e poco dopo ero anch’io fuori con tutti gli altri a stappare bottiglie, a dare fuoco a petardi, a gridare nella notte quanto fossimo felici del nuovo anno che viene. Di quel bambino non l’ho ancora detto a nessuno, e forse non lo farò mai. Ma il suo sguardo, questo lo giuro sulla vita dei miei figli, vivrà con me finche io vivrò. Massimo Mazzucco

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